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Insegnante assenteista: danno da disservizio?

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Si preannunciano tempi duri per gli insegnanti assenteisti, per quelli cioè che, pur nel rispetto delle norme generali, stanno lontani dalla scuola un tempo esorbitante che compromette la continuità della prestazione professionale e la qualità dell’offerta formativa oltre che la considerazione sociale da parte della collettività.
La Procura della Corte dei Conti, la magistratura preposta a verificare, fra l’altro,i comportamenti dei soggetti giuridici che comportano danni all’erario statale è andata oltre la constatazione del danno ed ha aperto un fascicolo nei riguardi di un professore assenteista.
È la prima volta in Italia che una procura della Corte dei Conti, nella fattispecie quella della Lombardia, avvia un’indagine di questo tipo, nei riguardi di un professore – di materie giuridiche di un istituto di scuola secondaria superiore di Milano – il quale avrebbe cumulato un “numero elevatissimo di assenze” costringendo lo stesso istituto a sostituirlo con supplenti con aggravio del pubblico bilancio.
Le motivazioni che hanno spinto la Procura ad aprire il provvedimento nei riguardi del professore parlano di “danno erariale per disservizio” provocato dal professore.
Più specificatamente, per la procura, le assenze avrebbero pregiudicato la qualità di un pubblico servizio, addirittura interrotto, al quale avrebbero avuto diritti i terzi, nella fattispecie gli studenti, titolari di un diritto alla prestazione educativa in quanto cittadini di una comunità sociale.
Il professore in questione sarebbe stato in passato già due volte sottoposto ad indagini da parte degli ispettori del Ministero della P.I., i quali avrebbero accertato che i periodi di malattia coincidevano con la permanenza dello stesso in Calabria e mai con periodi di sospensione dell’attività scolastica.
Dall’accertamento ispettivo, denunciato all’Amministrazione scolastica, sarebbe derivata una sospensione di quindici giorni, cui hanno fatto seguito altri periodi di assenza.
Fin qui il fatto che sarà valutato nelle sedi opportune.
Ciò che a noi preme sottolineare, in questa sede, è che finalmente nel campo dei rapporti tra pubblica amministrazione e dipendenti, tra titolari di un servizio ed utenti, si apre un capitolo nuovo.
Un capitolo, ovviamente, non facile da scrivere atteso che il problema attiene all’equità e alla morale dei cittadini e tra i cittadini, valori che vengono necessariamente meno tutte le volte che in una società ci sono alcuni cittadini che tirano la tradizionale carretta, si sacrificano per il buon andamento e funzionamento della pubblica amministrazione ed altri, per fortuna la minore parte, che tiene un comportamento opposto.
Una società ordinata, che vuole essere di fatto democratica, non può tollerare che ci sia nella pubblica amministrazione chi nulla produce. L’amministrazione, da parte sua, deve imparare ad essere capace di distinguere i soggetti improduttivi da quelli produttivi. Deve avere il coraggio di creare dei meccanismi di valutazione delle prestazioni del suo personale.
Uno Stato civile tanto più è democratico e fautore di autentica uguaglianza sociale quanto più è in grado, da una parte, di identificare e premiare quelle risorse umane che si prodigano per il buon funzionamento dell’amministrazione e, dall’altra, di scoraggiare con idonei strumenti quanti non si vergognano di contribuire allo sfacelo dello stesso Stato.
Certo per la logica della valutazione nell’amministrazione pubblica i tempi sono ancora lontani. Intanto si potrebbe iniziare a far funzionare l’autority della valutazione, istituita anni addietro dal ministro Bassanini, che non ha trovato eccessiva simpatia tanto da essere stata applicata solo in una piccolissima pare dell’amministrazione pubblica.
 
 
 
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