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30.05.2026

Istituti professionali: una riforma attesa da decenni, ecco perché va fatta con attenzione

Egregio Signor Ministro Giuseppe Valditara,

Le scrivo dopo oltre trentacinque anni di lavoro in un istituto professionale alberghiero, con il desiderio non di ripercorrere l’intero dibattito sulle riforme che dal 2010 hanno interessato gli istituti professionali, ma di portare una riflessione concreta maturata ogni giorno nelle aule, nei laboratori e nei consigli di classe.

Negli anni si sono susseguite riforme, correttivi, aggiustamenti e sperimentazioni. Alcuni interventi hanno cercato di contenere una deriva evidente, ma senza riuscire realmente a invertire la rotta. Oggi gli istituti professionali vivono una crisi profonda che riguarda identità, credibilità sociale ed efficacia formativa.
Vorrei partire dalla proposta del percorso “4+2”.

Ritengo che essa possa avere un senso soltanto a una condizione precisa: ridurre realmente il numero delle discipline e il monte orario settimanale. Distribuire semplicemente le ore del quinto anno nei quattro precedenti significherebbe, invece, aggravare ulteriormente una situazione già estremamente pesante, soprattutto negli istituti professionali.

Occorrerebbe chiedersi con sincerità perché, in particolare nel Centro-Nord del Paese, questa riforma non abbia attecchito, mentre nel Centro-Sud fatichi comunque a decollare. Sarebbe utile verificare anche quali soluzioni organizzative artificiose molte scuole abbiano dovuto inventare per evitare il collasso dell’impianto, spesso sacrificando la qualità didattica reale.

Il problema principale, tuttavia, è un altro.
Gli istituti professionali accolgono oggi studenti sempre meno numerosi ma sempre più fragili sul piano delle competenze di base, della motivazione e della tenuta scolastica. Questa fragilità non si affronta aumentando il numero delle discipline o il carico orario. Anzi, spesso lo si rende ancora più dispersivo e ingestibile.
A mio avviso occorre intervenire con coraggio sul sistema della valutazione.

Oggi il passaggio alla classe successiva avviene troppo spesso attraverso una pratica che molti docenti vivono come profondamente ipocrita: si dichiara formalmente che si accede all’anno successivo solo con sufficienze, salvo poi trasformare in sede di scrutinio insufficienze gravi — talvolta 2, 3 o 4 — in “6 di consiglio”. In questo modo il quadro reale del profitto viene completamente alterato.

La mia proposta è semplice.
Rimanga il voto di consiglio e la decisione collegiale sul passaggio alla classe successiva, possibilmente con maggioranza qualificata. Tuttavia, i voti insufficienti devono restare tali nella documentazione ufficiale dello studente.
Uno studente potrebbe quindi essere ammesso alla classe successiva, persino sostenere l’esame di Stato e conseguire il diploma, ma il diploma stesso dovrebbe riportare chiaramente le eventuali insufficienze maturate nelle discipline non pienamente acquisite.
Quelle carenze dovrebbero accompagnare il percorso successivo dello studente, prevedendo eventualmente l’obbligo di integrazione delle competenze mancanti prima dell’accesso a determinati concorsi pubblici o percorsi professionali.

Una scelta del genere avrebbe almeno tre effetti positivi:

  • restituirebbe dignità e autorevolezza alla valutazione del docente;
  • renderebbe trasparente il reale livello di preparazione;
  • interromperebbe quella finzione burocratica che oggi produce promozioni formali ma competenze spesso inesistenti.

Accanto a questo, credo sia indispensabile introdurre un serio livello di autocritica interna nei consigli di classe.
Se, in una disciplina, oltre la metà degli studenti presenta insufficienze, il consiglio di classe dovrebbe interrogarsi non soltanto sugli studenti, ma anche sull’efficacia complessiva dell’azione didattica, dell’organizzazione e dei percorsi proposti.
Allo stesso modo, laddove emergano sufficienze generalizzate in contesti di evidente fragilità diffusa, sarebbe opportuno interrogarsi sulla reale attendibilità del quadro valutativo.

Infine, una riflessione sulle prove INVALSI.
Se si decide di mantenerle come strumento nazionale di misurazione, occorre avere il coraggio di attribuire loro un valore reale. Non è credibile che uno studente possa conseguire valutazioni elevate nella disciplina curricolare e contemporaneamente ottenere risultati gravemente insufficienti nelle prove standardizzate, senza che ciò produca alcuna conseguenza.

Se, ad esempio, nelle prove di inglese emergono competenze significativamente inferiori rispetto alle valutazioni attribuite dal docente curricolare, quel dato dovrebbe avere un peso effettivo e prevalente. Diversamente, le prove INVALSI rischiano di ridursi a un mero adempimento statistico privo di reale significato educativo.
Le scrivo queste riflessioni senza spirito polemico, ma con la preoccupazione di chi vede progressivamente indebolirsi una scuola che dovrebbe invece rappresentare uno straordinario strumento di emancipazione sociale e professionale.
Gli istituti professionali non hanno bisogno di slogan o di continue sovrastrutture normative. Hanno bisogno di chiarezza, credibilità, semplificazione e coraggio.

Aldo Giuseppe Geraci

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