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Istruzione pubblica non si concilia con impresa

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Secondo Opionione.it esisterebbe uno scollamento completo fra le aspirazioni delle aziende e la realtà della nostra istruzione, suffragato dall’indagine di McKinsey.
Già a novembre, aveva fatto meditare la réclame di un istituto professionale che comparava le prospettive di due ragazzi: quello che sceglie la formazione al lavoro, che fa tre anni di studio dopo le medie e a 30 anni si ritrova sposato, con un posto sicuro e un buono stipendio, e l’altro che opta per il percorso tradizionale, che fa invece altri 9 anni di studio dopo la terza media (5 di liceo e 4 di università) per ritrovarsi, a 30 anni, single, precario ed economicamente dipendente dai suoi genitori.
Purtroppo, dati McKinsey alla mano, scrive L’opinione, oggi possiamo ben dire che quel poster pubblicitario non era una provocazione, ma la realtà.
La responsabilità? Dipende molto dai prof che instillano la seguente idea: “secondo me vali tanto, sono i datori di lavoro che non ti capiscono”. Quel 72% di insegnanti che ritiene i propri studenti idonei ad affrontare il lavoro, lo pensa di sicuro. Ma gli studenti che si scontrano con quel 58% di datori di lavoro che non la pensano così, che hanno dubbi sulla loro formazione o li ritengono del tutto non idonei al lavoro, dovrebbero porsi un’altra domanda: “Ha ragione il mio vecchio prof e tutto il resto del mondo è cattivo? Oppure il mio vecchio prof mi ha insegnato qualcosa di scollegato dalla realtà?”.
A parere del giornale online il problema starebbe nella nostra istruzione e nelle regole che la dominano, negli schemi di insegnamento e nell’ideologia stessa dei professori che ci lavorano dentro, nelle materie di studio e nella mancanza di collegamento fra scuole, università e aziende.
Continuare a dire che deve cambiare tutto il mondo del lavoro e tutto il metodo di produzione, adeguandolo a standard graditi a presidi e insegnanti significa, scrive sempre L’Opinione, dare voce alle proteste di sindacati e di tutti i movimenti studenteschi, cosicchè la disoccupazione giovanile diventa problema culturale prima ancora che “sociale”.
Nell’analisi che L’opinione fa, al di là dell’effettiva mancanza di dialogo tra scuola e mondo del lavoro e sulla disoccupazione che sarebbe più frutto di un malinteso “culturale” che di una piaga “sociale”, ci sorprende sapere che gli insegnanti possano avere tanto peso e influenza nelle scelte dei loro alunni al punto da condizionarne il futuro lavorativo.
In pratica la scuola, oltre a tutte le altre grandi responsabilità che le sono state da sempre attribuite, avrebbe anche quella di non favorire l’occupazione, insegnando una realta “scollegata dalla realtà”.