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L’istituto di soli stranieri, il Miur li smisterà

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Il ministero dell’Istruzione non starà a guardare: le classi con percentuali altissime di alunni stranieri non possono essere più accettate e quindi anche per quelle dei Comuni dell’alto vicentino, dove c’è una concentrazione particolarmente alta di famiglie non italiane, si troverà una soluzione alternativa. È perentoria la risposta di viale Trastevere all’indomani della denuncia del sindaco leghista di Montecchio Maggiore per la presenza di alcune scuole con presenze quasi unanimi di alunni non italiani, in particolare della scuola dell’infanzia dell`infanzia Piaget “una classe che ha il 100 per cento degli studenti stranieri non aiuta l`integrazione, ma crea un ghetto”, hanno fatto sapere dall’entourage del ministro Gelmini. Per poi aggiungere: a soluzioni del genere “siamo contrari e faremo di tutto perché ciò non accada. Ci sarà sicuramente un intervento diretto del Ministero per smistare i ragazzi”.
Il problema è che in certi Comuni le scuole possono trovarsi distanti anche diversi chilometri. Distanze che non di rado per una famiglia straniera possono trasformarsi in un motivo più che valido per rinunciare agli studi dei loro figli. Resta da capire se la soluzione indicata dal Miur, ad un mese esatto prima dell’inizio del nuovo anno scolastico, possa essere la stessa fatta dal sindaco di Montecchio Maggiore all`assessore regionale all’istruzione Elena Donazzan: per risolvere il problema, serve “l`istituzione – aveva detto il primo cittadino, Milena Cecchetto – di un`ulteriore sezione, oltre al fatto che venga garantita la continuità didattica con insegnanti di ruolo e la nomina di una dirigenza centralizzata per entrambi i comprensivi”. Del resto, “la zona – ha spiegato Sergio Cracco, il dirigente della scuola dell’infanzia Piaget – è strutturalmente così, con una concentrazione di stranieri”.
Se non si farà un’altra sezione, quindi, i giovanissimi stranieri rischiano di pagare per colpe non proprie e fare i pendolari anzitempo. Del resto tutto nasce dall’aver permesso il concentramento in piccole aree territoriali di migliaia di famiglie non italiane. Nelle zone, cioè, a ridosso delle aziende dove si sono inseriti professionalmente. Il problema è che stiamo parlando di Comuni di piccole dimensioni: dove l’integrazione non ha le modalità dei grandi centri. Quello che manca è, quindi, un progetto di smistamento che andrebbe fatto a monte. Non di certo su dei bambini di tre-quattro anni.