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La rivolta dei docenti a contratto sottopagati, Turri: “Senza di noi atenei paralizzati” [INTERVISTA]

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“Insegno all’Università di Torino da 13 anni e vengo pagata 3,02 euro all’ora”

Maria Grazia Turri tiene un corso di Linguaggi della comunicazione aziendale all’Università di Torino e, su Facebook, ha pubblicato il suo contratto, raccogliendo decine di commenti solidali e indignati da parte dei suoi studenti.

La sua è la condizione dei “docenti a contratto”, una figura non di ruolo all’interno delle università, pensata per le collaborazioni occasionali. In realtà spesso questa figura contrattuale sarebbe solo un modo per mascherare la precarietà.

Il docente a contratto assume le stesse mansioni didattiche di un professore “strutturato”, ma non partecipa alla vita democratica dell’istituzione: la presenza negli organi accademici collegiali, anche in forma di rappresentanza, gli è sostanzialmente interdetta.

Un docente a contratto è tenuto a svolgere le stessa attività di un collega strutturato: didattica frontale per un semestre, ricevimento studenti, esami, correzione tesi nel caso si abbiano dei laureandi.

A La Tecnica della Scuola, Turri è chiara: “Ho voluto rendere nota la mia situazione per rendere pubblica la gigantesca responsabilità del Miur. Tutto legale, purtroppo, tutto nasce dalla Legge Gelmini, con la quale consigli di amministrazione dei vari atenei sono stati obbligati a stabilire una forbice retributiva (molto stretta) per i vari insegnamenti (da 25 euro a 100 euro), per di più con la clausola del pagamento legata alla disponibilità finanziaria delle università, ma nulla è previsto per gli esami, il ricevimento studenti, le tesi che pure si è tenuti a seguire. Se ho un corso di 10 studenti o di 250, come nel mio caso, nulla cambia. Si tratta di una situazione ormai insostenibile e la colpa non è degli atenei che si sono visti negli ultimi anni ridurre i finanziamenti”.

La prorettrice dell’Università di Torino, Elisabetta Barberis, a La Stampa, parla “di differenze tra i professori di ruolo e i docenti a contratto. I primi entrano per concorso e fanno ricerca e didattica basata su di essa i secondi mettono a disposizione degli studenti la loro esperienza professionale e ciò è un valore aggiunto. È prevista una forbice ampia nei compensi che permette di ricompensare in modo differenziato la didattica per i corsi di laurea, master o scuole di specialità, e anche in dipendenza del numero di studenti da seguire. Il compenso e la quantità di lavoro richiesti sono noti in anticipo a chi fa domanda. I singoli atenei non possono intervenire sulla forbice, è prevista dalla legge”.

Per Turri, in realtà, la situazione è un’altra: “Non si tratta solo di professionisti, ma in molti casi di precari, dottori di ricerca. Senza i docenti a contratto l’Università sarebbe praticamente paralizzata”.

 

Come riporta La Stampa, su 544 casi, 166 sono dottori di ricerca, senza altre attività lavorative che non siano le docenze a contratto. Un centinaio insegna nello stesso ateneo da oltre 10 anni.

I docenti a contratto erano 16.274 nel 1998, sono saliti a 26.162 nel 2015.  L’Anvur dice anche i docenti a contratto sono il 25,5% del totale (va detto che la loro presenza è molto più forte nelle università non statali).