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Scuola artificiale o scuola umana?

L’I.A., ormai, è evidente a tutti, si è impossessata (con i suoi pregi e i suoi difetti) di ogni ambito della società, compreso, ovviamente, quello scolastico. Molti “operatori della scuola” l’hanno accolta con gioia, rendendole grandi onori e celebrandola in modo quasi idolatrico. Altri sembrano più cauti e non ritengono che la sua presenza nelle aule debba essere piena, completa e incontrollata; non pensano, ottimisticamente, a un suo effetto solo positivo sul processo educativo dei giovani. Anzi, pur ritenendola utile, forse necessaria, certamente non più sradicabile dal terreno dell’istruzione, mantengono verso di essa un atteggiamento guardingo e sospettoso, convinti comunque che vada sempre monitorata e usata con “intelligenza”.

Ma quale sarà, in avvenire, il ruolo dell’I.A. nella scuola? Dato per scontato l’obbligo per docenti e personale A.T.A. di studiare questa nuova “materia”, i più fiduciosi nel progresso la esaltano all’inverosimile, sicuri che, con la sua presenza, si assisterà in breve tempo a un sensibile salto di qualità. L’I.A. potrà svolgere compiti ripetitivi (per esempio domande a risposta multipla) o burocratici (di pertinenza, in teoria, della segreteria, non dei docenti), generare feedback personalizzati, aiutare a pianificare lezioni, svolgere azioni di trasmissività, suggerire risorse didattiche e molto altro ancora.

Sarà, insomma, una valida assistente dei docenti, destinati a diventare facilitatori, coach, mentori, liberi di concentrare il loro lavoro esclusivamente sulla relazione umana, la motivazione e lo sviluppo del pensiero critico dei discenti. Così, nei prossimi anni, scenari, strutture e processi formativi subiranno un cambiamento assai importante, forse epocale (ma non è detto che, alla prova dei fatti, tale rivoluzione porterà grandi risultati). Questo può rendere assai felici i giovani docenti, ormai abituati a vivere con l’I.A.; meno felici, invece, i docenti più anziani (o molti di loro), ancora legati — pensate un po’ — ad altri e “antichi” metodi didattici.

Detto ciò, rimane comunque qualche perplessità sull’uso delle macchine intelligenti nella scuola, tenendo conto che, al momento, non disponiamo di un’I.A. progettata e cucita su misura per l’ambito scolastico. Certo, la presenza del docente sarà sempre necessaria (speriamo), ma non possiamo non chiederci se l’I.A. sarà davvero un’assistente del docente o se non avverrà il contrario.

Se l’I.A. svolgerà pratiche ripetitive (spiegazioni, interrogazioni, valutazioni) e “concederà” al docente compiti relazionali, gli insegnanti saranno comunque costretti non solo a studiare le macchine pensanti — per non restare ignari della didattica “artificiale” e per insegnarne agli allievi un uso etico, compito tutt’altro che semplice — ma anche a frequentare assiduamente corsi di relazionalità (magari anche di psicologia e psichiatria) per saper motivare i ragazzi e svilupparne il pensiero critico, come se non lo avessero mai fatto nella loro lunga carriera.

Infine, ci interroghiamo sull’alleggerimento del lavoro burocratico di cui dovremmo beneficiare grazie all’“artificialità”, visto che, per ora, l’introduzione del registro elettronico e di altri strumenti similari non ci ha sollevato molto dai gravami amministrativi; anzi, forse li ha persino appesantiti.

Invero, è vano negarlo: il progresso, assunto gradualmente e a piccole dosi, è utile, ma i metodi del passato e le “tradizioni” sono ancora validi. Insegnare una buona comunicazione, aumentare la motivazione, stimolare un pensiero critico e autonomo e altre competenze trasversali (collaborazione, empatia, risoluzione di problemi complessi) sono capacità che possono nascere nella mente e nell’animo dei ragazzi anche continuando a coltivare le tecniche di insegnamento dei “nostri nonni”.

La lezione frontale, l’interrogazione tradizionale, i compiti in classe e la loro correzione pubblica, la revisione dei compiti assegnati per casa — insomma, le pratiche ripetitive che in futuro dovrebbero svolgere i “docenti-macchina” — sono più che adeguate per un’educazione e una formazione complete e integrali. Anche la correzione in classe di un test a risposta multipla (o a completamento), se svolta con intelligenza umana, appare una tecnica opportuna per dialogare con gli allievi, ragionare insieme a loro e farli crescere e maturare.

Non dimentichiamo che, recentemente, è intervenuta anche l’OCSE sull’argomento, evidenziando benefici e insidie dell’I.A. nelle scuole: un’opportunità da non perdere, certo, ma non priva di rischi se non ben governata (rispetto della privacy, equità digitale, pericolo di bias algoritmici e, soprattutto, la minaccia della “delega silenziosa” e della scomparsa del docente umano).

Un dato, comunque, è certo: la scuola del domani — un domani che è quasi presente — sarà sempre più artificiale. Che non diventi anche “non umana”. Siamo sicuri che i giovani docenti sapranno valorizzarla al meglio; per molti professori anziani, invece (come lo scrivente), non sarà facile adeguarsi. Forse è anche per questo che molti di loro, come avete pubblicato in un apprezzabile articolo, desiderano lasciare la scuola il prima possibile, anche rinunciando a maggiori benefici economici: una questione, per qualcuno, di sopravvivenza.

Poco pagati, martirizzati da genitori e alunni (spesso anche dai dirigenti), criticati perché ancorati alle tradizioni e ritenuti incapaci di rinnovarsi, osteggiati perché ostili a una scuola “progettificio” e, possiamo aggiungere, perseguitati dalla soffocante invasività dell’Intelligenza artificiale. O no?

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