Parlo da adulta, da genitore, da persona che vive la scuola: non sono contraria alla crescita dei ragazzi, ma sono contraria all’idea che la scuola debba entrare in ciò che appartiene all’intimità più profonda.
Nelle classi già si lavora tantissimo: si parla di rispetto, di bullismo, di accoglienza, di legalità, di differenze, di convivenza civile. Le ore di educazione civica sono nate proprio per questo: formare persone corrette, consapevoli e responsabili. Per me questo è già educare.
L’identità sessuale, però, è un’altra cosa. Non è un “argomento”, non è una “materia”: è parte del percorso personale di ciascuno, che cresce dentro casa, nel rapporto con chi ti vuole bene, coi tempi giusti, senza pressioni. È qualcosa che riguarda il privato, e che non dovrebbe essere guidato da programmi o interventi esterni. Io non voglio “lavaggi di cervello”, non voglio che ai minori venga chiesto di definirsi quando non hanno nemmeno gli strumenti per farlo.
Voglio che siano liberi, davvero liberi, di diventare quello che sono, senza che qualcuno li orienti prima del tempo. La famiglia deve rimanere il primo luogo educativo. Non perfetto, non sempre semplice, ma vero, concreto, affettivo. E la scuola deve restare il posto dove si impara, si cresce, si discute… senza forzare temi che appartengono alla sfera più delicata. Non è una battaglia contro qualcuno. È una difesa di ciò che considero fondamentale: il rispetto dell’infanzia, dell’adolescenza, della crescita naturale, della sensibilità di ogni ragazzo.
Per questo dico: sì a una scuola che educa al rispetto; sì a una scuola che insegna a convivere e a ragionare; sì a una scuola che protegge senza invadere; no a percorsi che entrano nell’intimo dei minori. Voglio una scuola forte, seria, libera. E dei ragazzi che crescano con la testa e il cuore, non con un’idea imposta da altri.
Francesca Gabriele