La violenza giovanile, che ha riempito le cronache di questi ultimi giorni, ce lo dobbiamo confessare, da un lato non fa altro che imitare il palcoscenico della politica odierna, dall’altro esprime un disagio, più o meno riconosciuto che è profondo.
Contrariamente da certe opinioni, gli adolescenti oggi vivono in penombra, cioè sono meno visibili di qualche anno fa.
Tant’è che facciamo fatica a cogliere i loro stati d’animo, compresa la rabbia, la difficoltà di orientarsi nel magma quotidiano. Nella ricerca di sé, cioè di una propria identità, di un futuro di speranza, non sempre trovano una valida sponda nella famiglia e nella scuola. La conseguenza è un male di vivere che non incrocia limiti o confini, come la violenza.
Il ministro Valditara ha reagito ricorrendo, ancora, alla mera deterrenza, con pacchetti sicurezza sempre più stringenti, compresi dei metal detector all’entrata delle scuole. Come se la scuola fosse oggi il solo ambiente educativo.
Ma c’è un’altra notizia, sempre di questi giorni, che potrebbe darci una mano, una notizia che non ha trovato spazio nelle pagine dei giornali. Parlo della condanna, a Palermo, di un oratorio perché gli abitanti del quartiere non sopportavano che i bambini giocassero a pallone.
Già mi era capitato di assistere di recente ad un episodio per me sconcertante: ad un matrimonio gli sposi hanno preteso che gli invitati non portassero i figli piccoli. “Per stare più tranquilli”. Meglio non commentare oltre.
Gli adolescenti oggi sono pochi, e i giovani contano poco nell’attuale “mercato della politica”. Per cui è difficile immaginare uno scatto per invertire una rotta che riconosca il valore fondante del bene-famiglia, e il riconoscimento nel mondo del lavoro delle competenze dei nostri giovani in gamba, costretti a guardare oltre frontiera.
Che fare anzitutto?
Come nelle cose essenziali della vita, nonostante questi stessi episodi, bisogna tenere aperti i canali e i tentativi di dialogo. E la scuola e la famiglia non possono che essere le prime alleate.
La politica dovrebbe pensare a tutta una serie di interventi, ma consistenti, perché siano riaperti spazi socializzanti ed educativi per loro. Comprese le scuole sempre aperte, oggi per lo più un progetto fumoso. Perché ad educare, con il vecchio proverbio africano, è anzitutto il villaggio, è il quartiere, è la vita sociale comune.
Questi adolescenti (non tutti) hanno perso il senso del limite? Ma nessun senso del limite può nascere se non si offrono loro dei valori positivi a cui fare riferimento. E la famiglia, a volte, come la scuola, non bastano. Ma non basta nemmeno la sola deterrenza.
A Natale mi è capitato di consigliare ai genitori: non regalate aggeggi elettronici, che siano grandi o piccoli ai vostri figli. Regalate un po’ del vostro tempo. Perché diventi per tutti voi un tempo prezioso.
Il primo dialogo con loro è esserci. Semplicemente esserci. Sulle cose essenziali contano prima i silenzi delle parole. Poi da cosa nasce cosa.
Non dobbiamo lasciare che si nascondano nei social, o nei luoghi e gruppetti di cui non sappiamo niente.
A scuola sono in aumento gli stati di ansia e panico. Qualcosa vorrà pur dire.
Gli stati del loro malessere sono diversi. Li conosciamo, anche se purtroppo quando sono già manifesti.
Proprio ieri, a margine di un evento, a precisa domanda così ha risposto il card. Parolin: “Più sicurezza? Io direi più valori, più educazione, per aiutare i ragazzi a riflettere, a vivere anche le cose positive. Certo, ci vogliono anche delle misure di sicurezza, ma non sono sufficienti”.