Home I lettori ci scrivono L’esame in presenza non è un imperativo categorico

L’esame in presenza non è un imperativo categorico

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Basta con il chiacchiericcio ascientifico altrimenti le task force sono decisamente ridicole oltre che pletoriche.
E’ cominciata la corsa alla retorica senza senso sull’Esame di Stato in presenza.
E’ una corsa che parte delle petizioni su Change (non molto firmate per la verità) per arrivare oggi fino alle aule parlamentari.

Non è essenziale  sapere se la proposta nasce dal famoso scrittore che deve vendere magari copie del suo ultimo o penultimo libro o dal leader politico in disarmo ma non verbale che ha il figlio agli esami di Stato o dal docente in vena di protagonismo che posta righe grondanti retorica in dieci siti diversi.

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Sul ritorno all’esame in presenza “senza se e senza ma” c’è solo da osservare la irrazionalità che caratterizza certe prese di posizione, sicuramente ascientifiche, che cominciano a serpeggiare in un Paese dove ci sono ancora 500 essere umani che perdono la vita ogni giorno.
Il coronavirus non è poco più di una banale influenza e chi lo ha affermato e chi lo afferma ancora oggi dovrebbe avere la coscienza civica di ritirarsi in dignitoso autoisolamento verbale.
Che oggi ci sia chi preme perché l’Esame di Stato si svolga in presenza per garantire, come scrivono, “il rito di passaggio” è il segnale che continuiamo ad essere, nonostante 25.000 esseri umani abbiano perso la vita senza nessuna voglia di finire nei necrologi celebrativi ma decisamente inutili post mortem, il Paese del bar Sport.
Quello dove gli scienziati parlano e noi pensiamo ai riti di passaggio, quello del “ma perché Macron sì e noi no?” e quello del “noi speriamo che me la cavo”
Ma col coronavirus non ce la si cava se continuiamo a scrivere righe grondanti di retorica.
Perché il coronavirus non è che accende le lucine per segnalare il suo passaggio o, timoroso, diserta le aule scolastiche perché poi resta sulle maniglie delle porte della metro o negli autobus affollati di studenti e lavoratori.
O pensiamo di fermarlo con le mascherine da chef che sono il massimo della dotazione presente oggi  persino nelle farmacie?
O con la app “volontaria” ?
E se proprio vogliamo garantire il “rito di passaggio” ai nostri studenti vediamo di garantire loro la permanenza in vita.

di Franco Labella