Il Liceo Berchet nasce a Milano nel 1911, come risposta per soddisfare la crescente esigenza di formazione della borghesia milanese e diventa in quell’epoca il quarto liceo classico della città. Sono gli anni del grande sviluppo della borghesia milanese e, di conseguenza, l’aumentata scolarizzazione superiore rende insufficienti i tre Licei Classici già esistenti in Milano (il Beccaria, fondato nel 1810; il Parini, nel 1842; il Manzoni, nel 1884).
Un secolo dopo, nel 2011, è riconosciuto come primo liceo d’Italia per la qualità da parte dell’Unesco.
Oggi, dopo quasi un secolo e un quarto di secolo, per la prima volta nella storia del prestigioso liceo, a dirigerlo sarà una dirigente, la professoressa Clara Atorino, alla quale abbiamo chiesto, tra l’altro, come ci si sente ad affrontare tanta e tale tradizione, con una visione di donna del XXI secolo e prima nella storia del Berchet.
Nella sua carriera è arrivata ora la guida di un liceo storico e soprattutto l’eredità di una tradizione al maschile. Quali segnali vuole dare a docenti, studenti e famiglie, alla luce del suo ruolo, ma soprattutto come prima dirigente donna a guidare la scuola?
Assumere la guida del Liceo Classico Berchet rappresenta per me un grande onore e una profonda responsabilità. Significa custodire una tradizione culturale prestigiosa e, allo stesso tempo, avere il coraggio di innovare. È una scuola porta con sé una tradizione importante, anche fortemente connotata al maschile. Essere la prima dirigente donna è un segnale di cambiamento, ma non solo di genere: è un invito a ripensare insieme il senso della leadership.
Il Berchet è una scuola storica, ma non deve essere prigioniera della sua storia. La mia visione è quella di un liceo che sappia coniugare la profondità della tradizione umanistica con le esigenze del presente. Una scuola che formi giovani capaci di pensare, dialogare, scegliere. Che non si limiti a trasmettere contenuti, ma che educhi alla libertà e alla responsabilità.
Quali sono le sfide che si appresta ad incontrare in continuità con il passato e verso il futuro?
La prima è sicuramente il benessere degli studenti. Negli ultimi anni, il disagio giovanile è emerso con forza: ansia, insicurezza, senso di inadeguatezza, difficoltà relazionali. È nostro dovere ascoltare, accogliere, intervenire. Stiamo lavorando per costruire un ambiente scolastico più umano, dove ogni ragazzo possa sentirsi parte di una comunità che lo sostiene.
In continuità con il passato, voglio preservare il rigore metodologico, la profondità del pensiero antico, la bellezza della lingua latina e greca, la forza del metodo umanistico quali strumenti potentissimi per leggere il presente ma con uno sguardo rivolto al futuro: potenziando le competenze digitali, promuovendo una didattica più laboratoriale, valorizzando la creatività e il pensiero critico.
La sfida più grande, però, è forse quella di restituire alla scuola pubblica il ruolo che merita e la sua funzione più alta: essere luogo di bellezza, di dignità, di relazioni autentiche.
Cosa vorrebbe dire a inizio anno scolastico, da queste pagine, alla comunità educante e al territorio della scuola che possa consentire una crescita collettiva e dare risorse alle generazioni dei più giovani?
Credo nel dialogo. Una scuola non è un edificio, è una comunità. Gli studenti devono sentirsi protagonisti, non spettatori. Le famiglie devono essere alleate, non semplici interlocutori. Cercherò di essere presente, disponibile, trasparente e, soprattutto, di ascoltare, anche quando le parole faranno male.
Lavorerò per sviluppare una comunità educante che non si limita a istruire, ma che accompagna, ispira e accoglie.
Ai docenti voglio trasmettere fiducia e ascolto: la scuola si costruisce ogni giorno nelle aule, nel dialogo tra insegnamento e apprendimento. Agli studenti, il messaggio è che il Berchet può e deve essere un luogo dove ciascuno possa esprimere la propria identità, le proprie fragilità e i propri talenti. Alle famiglie, infine, voglio offrire una presenza istituzionale ma partecipe, capace di accogliere e accompagnare.
Il mio obiettivo è restituire al Berchet la sua bellezza originaria, fatta di rigore, passione e umanità attraverso uno sguardo nuovo, inclusivo, capace di custodire la tradizione e, al tempo stesso, di aprirsi ad un mondo in continuo cambiamento.
Intelligenza Artificiale, stop ai cellulari, rischi da connessione e cyberbullismo, come fare per dare risorse ai più giovani e formazione adeguata ai docenti?
In merito allo stop ai cellulari abbiamo deciso di adottare un approccio disteso, chiedendo agli alunni di tenerlo spento: una richiesta di autogestione. Sono certa che queste disposizioni possono funzionare, senza che sia necessario far consegnare il telefono. Credo davvero che ci sia un’esigenza di detox digitale che porterà dei benefici anche sul fronte cyberbullismo. Non sono contro la tecnologia, anzi, a scuola ci sono anche ambienti di apprendimento digitali ma non si apprende se non si ha la mente libera e senza il cellulare si lavora non condizionati da uno strumento che crea dipendenza.
L’intelligenza artificiale, come ogni strumento innovativo, va compresa e gestita; certamente il suo utilizzo dovrà diventare parte degli strumenti di apprendimento che l’Istituto adotterà nel corso del tempo.