Ogni anno il 10 settembre si celebra la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio e nel 2026 a dominare è il problema della sofferenza psicologica tra i giovani. Nell’ultimo periodo, infatti, sono aumentate in modo sensibile le richieste di aiuto e le manifestazioni di disagio psichico tra le nuove generazioni: isolamento, ansia, depressione, autolesionismo e perdita di interesse diventano le spie di un disagio pericoloso. Diventa così fondamentale la prevenzione, che passa per l’ascolto, per la capacità di riconoscere i segnali e per la volontà di chiedere aiuto senza vergogna.
Il problema, dicono gli esperti, è che non sempre la sofferenza dei più giovani è visibile: il disagio può nascondersi dietro dei segnali più o meno latenti.
Telefono Amico Italia segnala una crescente presenza di giovani tra le persone che chiedono aiuto: nel 2025, il 53% delle richieste di supporto è giunto da persone con meno di 35 anni. Un dato che rappresenta un indicatore importante della diffusione del disagio emotivo e della necessità di ascolto proprio tra i giovani.
Il problema non è soltanto italiano: l’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato che nel mondo ogni anno muoiano per suicidio oltre 720mila persone.
Il dato assume un significato ancora maggiore se inserito nel quadro più generale della salute mentale adolescenziale.
Secondo sempre l’OMS, una persona su sette tra i 10 e i 19 anni, vive con un disturbo mentale; depressione, ansia e disturbi comportamentali rappresentano tra le principali cause di malattia e disabilità durante l’adolescenza.
Anche nel Vecchio Continente la situazione richiede attenzione: l’OMS Europa rileva che circa un giovane su sette fino a 19 anni vive con una condizione di salute mentale e che il suicidio rappresenta la principale causa di morte tra i 15 e i 29 anni nella Regione europea. Lo stesso rapporto evidenzia inoltre che gli ambienti quotidiani dei ragazzi, comprese scuole e spazi online, non sempre offrono un sostegno sufficiente al loro benessere psicologico.
C’è da dire anche che l’Italia presenta livelli di mortalità per suicidio inferiori rispetto a molti altri Paesi, ma il fenomeno mantiene un peso particolarmente significativo quando si guarda alle fasce più giovani. Un’analisi dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), basata sui dati Istat, sottolinea infatti come il suicidio, pur essendo più frequente in termini assoluti nelle età avanzate, rappresenti tra i 15 e i 29 anni una delle cause di morte più rilevanti.
Il dato aiuta a comprendere perché parlare di prevenzione tra adolescenti e giovani adulti sia fondamentale: non significa sostenere che tutti i ragazzi che attraversano un momento difficile siano a rischio suicidario, ma bisogna riconoscere che alcuni segnali di sofferenza meritano attenzione prima che il disagio diventi una situazione di emergenza.
Anche l’Istat, nei dati più recenti sulle cause di morte, continua a includere il suicidio tra le cause di morte monitorate nelle statistiche ufficiali italiane. Per il 2023 l’Istituto ha registrato complessivamente 666.131 decessi per tutte le cause, confermando l’importanza delle statistiche sulle cause di morte per comprendere l’evoluzione dei fenomeni sanitari e sociali.
La neuropsichiatra Michela Gatta, scrive l’Ansa, ha detto che “negli ultimi anni tra i giovani sono aumentate manifestazioni di sofferenza psichica associate alla suicidalità, tra cui disregolazione emotiva, ansia, depressione, autolesionismo e ideazione suicidaria, con una crescita degli accessi ai servizi specialistici”.
La prevenzione, quindi, comincia dalla capacità di osservare i cambiamenti. Da non sottovalutare è, ad esempio, un rendimento scolastico che peggiora improvvisamente, una forte irritabilità, il distacco dagli amici, la perdita di interesse per attività prima considerate importanti o frasi apparentemente casuali sulla morte.
Inoltre, particolare attenzione va prestata anche alla comparsa di giudizi estremamente negativi verso sé stessi, comportamenti autolesivi, abuso di alcol o sostanze e riferimenti alla morte o all’idea che morire possa rappresentare una soluzione.
Un singolo comportamento, preso isolatamente, non permette di stabilire che una persona sia suicidaria: ciò che conta è soprattutto il cambiamento rispetto al comportamento abituale, la sua persistenza e la combinazione di più segnali.
Il principio più importante, ricordano gli esperti, è dunque “non minimizzare”. Dire a un ragazzo che sta vivendo una difficoltà che “passerà” oppure considerare determinati segnali come una semplice fase dell’adolescenza può significare perdere un’occasione importante per intervenire.
Nel caso dei giovanissimi, il quadro può essere ulteriormente complicato dalla pressione scolastica e sociale, dal bisogno di sentirsi accettati, dai conflitti familiari, dal bullismo e da un utilizzo problematico del mondo digitale.
Anche su questo fronte, i dati europei invitano a riflettere. Sempre l’OMS Europa segnala che l’11% degli adolescenti riferisce comportamenti indicativi di un uso problematico dei social media e che la solitudine riguarda una quota particolarmente elevata delle ragazze adolescenti.
Questo non significa, però, che i social network siano una causa diretta del suicidio.
Il rapporto tra ambiente digitale e salute mentale è molto più complesso: la rete può aumentare pressione sociale, confronto e isolamento, ma può anche diventare uno spazio di relazione, informazione e accesso al sostegno. L’obiettivo della prevenzione non è quindi demonizzare la tecnologia, bensì promuoverne un utilizzo consapevole e intervenire quando diventa parte di un quadro più ampio di sofferenza.
In questo scenario anche la scuola assume un ruolo importante. Non perché insegnanti e compagni debbano trasformarsi in psicologi, ma perché la scuola rappresenta uno dei principali luoghi nei quali adolescenti e giovani trascorrono quotidianamente il proprio tempo.
Un ragazzo che improvvisamente smette di partecipare, si isola, cambia radicalmente comportamento o manifesta una sofferenza evidente può avere bisogno, prima ancora di una soluzione, di qualcuno disposto ad ascoltarlo.
La prevenzione passa quindi dalla costruzione di ambienti nei quali parlare di salute mentale non venga percepito come un segno di debolezza.
Sempre l’OMS, per la Giornata mondiale del 2026, ha scelto proprio il tema “Changing the narrative on suicide”, invitando a cambiare il modo in cui si parla di suicidio: meno silenzio, meno stigma e più capacità di affrontare il problema attraverso conversazioni aperte, rispettose e orientate all’aiuto.
Il messaggio della Giornata mondiale non è quello di cercare una spiegazione unica a un fenomeno complesso, ma di ricordare che la prevenzione è possibile. Per questo il ruolo di genitori, insegnanti e coetanei può essere decisivo. Davanti a un cambiamento importante non servono necessariamente le parole perfette: è più importante mostrare attenzione, ascoltare senza giudicare e favorire il contatto con una persona competente.
Perchè quando una persona manifesta un pericolo immediato o parla concretamente della volontà di farsi del male, la situazione deve essere presa con serietà. E occorre cercare con immediatezza un aiuto professionale o un servizio di emergenza.
La prevenzione del suicidio, in fondo, non riguarda soltanto chi è già in una situazione estrema. Riguarda la capacità di una comunità di accorgersi della sofferenza prima che diventi palese e si traduca in atti pericolosi.
La Giornata mondiale del 10 settembre serve proprio a questo: ricordare che dietro una persona che si chiude, dietro un cambiamento improvviso, dietro una richiesta d’aiuto può esserci una difficoltà che merita di essere ascoltata.
Cambiare la narrazione significa allora cambiare anche l’atteggiamento quotidiano: meno giudizi, meno silenzio e più ascolto. Perché riconoscere un campanello d’allarme non significa diagnosticare qualcuno, ma può significare non lasciarlo solo.