Viviamo in un contesto in cui la mente umana è sottoposta a numerosi stimoli, scrolling infinito, risposte generate dalle nuove tecnologie che arrivano in pochi istanti.
Un contesto in continua evoluzione tecnologica che porta la scuola a dover fronteggiare una sfida educativa molto complessa.
La Pedagogia della lentezza affronta proprio l’iper stimolazione degli studenti, insegna loro l’autoregolazione e l’attenzione profonda, a rallentare e a concentrarsi in profondità.
Questa strategia che combatte l’iper stimolazione odierna è supportata da Unesco e Oecd -, trasforma “la scuola in laboratorio cognitivo contro la frammentazione mentale digitale” (fonte Agenda Digitale). In un momento storico sempre più basato su algoritmi e notifiche utilizzati per attirare l’attenzione e indirizzarci su scelte e gusti personali, la scuola ha la responsabilità di affrontare questa ennesima importante e complicata sfida di insegnare ai ragazzi a saper rallentare, concentrarsi su un singolo argomento ma andando in profondità riuscendo in questo modo a trasformare la lentezza in “competenza strategica per la sopravvivenza cognitiva”.
Anche le neuroscienze confermano la necessità di questa pedagogia, l’iper-stimolazione digitale secondo i risultati di diverse ricerche, riduce la capacità di concentrazione, indebolisce la memoria di lavoro e ostacola la profondità di elaborazione. In sostanza il cervello, sommerso da numerosi segnali rapidi, fatica a creare connessioni concettuali complesse. Il problema non è la tecnologia in sé, ma la sua velocità con cui ne fruiamo.
La mente è costruita, infatti, per imparare attraverso un processo ritmico, dove serve alternanza tra attenzione, pausa e riflessione. Quando invece la mente viene continuamente attratta da piattaforme digitali sviluppate per catturare l’attenzione, il rischio è che l’apprendimento diventi superficiale e transitorio.
L’obiettivo della pedagogia della lentezza digitale è proprioquello di costruire negli studenti la competenza all’autoregolazione, alla gestione del tempo cognitivo, dove la lentezza non rappresenta un rallentamento improduttivo ma una“competenza intenzionale, che permette agli studenti di prendere il controllo sui propri processi mentali”.
La lentezza diventa dunque una competenza di cittadinanza cognitiva, una capacità fondamentale per orientarsi in un ecosistema informativo sempre più complesso.
La scuola non deve educare alla lentezza per “tornare indietro”, ma per costruire negli studenti una nuova mente capace di navigare nella complessità senza esserne travolta.
Interessante il saggio di Antonio Sacristano, in cui evidenzache nell’attuale ecosistema iperconnesso, “l’attenzione emerge come risorsa educativa contesa, vulnerabile e sempre più difficile da sostenere”.
In un’epoca segnata dalla distrazione strutturale e dall’accelerazione dei tempi educativi, il libro invita a ripensare la scuola come spazio in cui si torni a coltivare l’attenzione, favorendo la lentezza, la presenza e la costruzione condivisa di senso. Occorre una “pedagogia capace di rispondere alle sfide dell’era digitale, restituendo centralità alla qualità relazionale, al pensiero lento e alla cura dell’esperienza educativa”.
La scuola, più di ogni altro luogo, può diventare un laboratorio di questa nuova competenza. Una scuola che non deve cedere alla sola velocità dell’algoritmo, ma insegna anche il valore del tempo. Una scuola che non corre dietro alla tecnologia, ma ne costruisce intorno con consapevolezza una relazione critica.
Una scuola che sia in grado di formare “menti capaci di profondità”.