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Papa Francesco: la famiglia non è il terreno per battaglie ideologiche

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In vista del Sinodo sulla famiglia di ottobre 2015, papa Francesco ha scelto di dedicare proprio alla famiglia il messaggio per la 49esima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali che la Chiesa celebra il 17 maggio.

“Non esiste la famiglia perfetta, ma non bisogna avere paura dell’imperfezione, della fragilità, nemmeno dei conflitti; bisogna imparare ad affrontarli in maniera costruttiva”.

Così il Papa nel Messaggio. “Per questo la famiglia in cui, con i propri limiti e peccati, ci si vuole bene, diventa una scuola di perdono”.

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La famiglia “non è un terreno sul quale combattere battaglie ideologiche”, ma una comunità “che sa accompagnare, festeggiare e fruttificare” e invita a “ripristinare uno sguardo capace di riconoscere che la famiglia continua ad essere una grande risorsa, e non solo un problema o un’istituzione in crisi”. 

«Il tema della famiglia è al centro di un’approfondita riflessione ecclesiale e di un processo sinodale che prevede due Sinodi, uno straordinario – appena celebrato – e uno ordinario, convocato per il prossimo ottobre», premette il Papa. «In tale contesto, ho ritenuto opportuno che il tema della prossima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali avesse come punto di riferimento la famiglia».

Il Papa scrive inoltre che la famiglia è «il primo luogo dove impariamo a comunicare», a partire dal grembo materno dove avviene la prima comunicazione, è «il contesto in cui si trasmette quella forma fondamentale di comunicazione che è la preghiera», e il luogo nel quale si capisce «che cosa è veramente la comunicazione come scoperta e costruzione di prossimità». La famiglia «è più di ogni altro il luogo in cui, vivendo insieme nella quotidianità, si sperimentano i limiti propri e altrui, i piccoli e grandi problemi della coesistenza, dell’andare d’accordo. Non esiste la famiglia perfetta – sottolinea il Papa – ma non bisogna avere paura dell’imperfezione, della fragilità, nemmeno dei conflitti; bisogna imparare ad affrontarli in maniera costruttiva. Per questo la famiglia in cui, con i propri limiti e peccati, ci si vuole bene, diventa una scuola di perdono».

E «a proposito di limiti e comunicazione», «hanno tanto da insegnarci le famiglie con figli segnati da una o più disabilità. Il deficit motorio, sensoriale o intellettivo è sempre una tentazione a chiudersi; ma può diventare, grazie all’amore dei genitori, dei fratelli e di altre persone amiche, uno stimolo ad aprirsi, a condividere, a comunicare in modo inclusivo; e può aiutare la scuola, la parrocchia, le associazioni a diventare più accoglienti verso tutti, a non escludere nessuno».

Ancora, in un mondo dove «così spesso si maledice, si parla male, si semina zizzania, si inquina con le chiacchiere il nostro ambiente umano», la famiglia «può essere una scuola di comunicazione come benedizione. E questo anche là dove sembra prevalere l’inevitabilità dell’odio e della violenza, quando le famiglie sono separate tra loro da muri di pietra o dai muri non meno impenetrabili del pregiudizio e del risentimento, quando sembrano esserci buone ragioni per dire “adesso basta”; in realtà, benedire anziché maledire, visitare anziché respingere, accogliere anziché combattere è l’unico modo per spezzare la spirale del male, per testimoniare che il bene è sempre possibile, per educare i figli alla fratellanza».

 

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La sfida odierna, scrive papa Francesco, è «reimparare a raccontare, non semplicemente a produrre e consumare informazione», mentre «l’informazione è importante ma non basta, perché troppo spesso semplifica, contrappone le differenze e le visioni diverse sollecitando a schierarsi per l’una o l’altra, anziché favorire uno sguardo d’insieme. Anche la famiglia, in conclusione – prosegue il Pontefice argentino – non è un oggetto sul quale si comunicano delle opinioni o un terreno sul quale combattere battaglie ideologiche, ma un ambiente in cui si impara a comunicare nella prossimità e un soggetto che comunica, una “comunità comunicante”.

I media tendono a volte a presentare la famiglia come se fosse un modello astratto da accettare o rifiutare, da difendere o attaccare, invece che una realtà concreta da vivere; o come se fosse un’ideologia di qualcuno contro qualcun altro, invece che il luogo dove tutti impariamo che cosa significa comunicare nell’amore ricevuto e donato. Raccontare significa invece comprendere che le nostre vite sono intrecciate in una trama unitaria, che le voci sono molteplici e ciascuna è insostituibile». 

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