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Aggiornato il 12.02.2026
alle 10:58

Avere insegnato 40 anni e desiderar solo scappare: fuga da una Scuola irriconoscibile

Perché un docente giunge a dimettersi poco prima della pensione? Avviene raramente la fuga anticipata dalla Scuola, a pochi anni dal sospirato traguardo?

Se insegnanti con quasi 40 anni d’insegnamento alle spalle non reggono l’idea di dover lavorare ancora 3-4 anni, ciò indica che la situazione per loro è insopportabile. Rinunciare significa voler tutelare la propria salute, prima di ritrovarsela irrimediabilmente danneggiata: salute mentale prima ancora che fisica. La salute ha un valore inestimabile, ben più di qualsiasi perdita economica: se dopo la pensione stai male perché leso dai troppi anni di un lavoro psichicamente — e quindi anche fisicamente — usurante, la pensione non ti gioverà. Specie se ci andrai a 68 anni.

Ben pagati «per quel poco che fanno»

Il lavoro docente è sempre più difficoltoso. La sindrome di burnout stanca, affatica, spossa, logora. Dopo decenni si è esauriti del tutto. I benpensanti (ossia la maggior parte degli italiani) sono convinti che i docenti lavorino poco, riposino molto e siano ben pagati «per quel poco che fanno»: come ebbe a sentenziare un malcauto Professor Renato Brunetta nell’ottobre 2008.

All’epoca il Nostro rivestiva la carica di ministro per la pubblica amministrazione e linnovazione nel governo Berlusconi IV. Ministra d’istruzione, università e ricerca era Mariastella Gelmini, nota per la famigerata “riforma” omonima. Può dunque stupire che, in un Paese come questo (caratterizzato dal diffuso disprezzo di cultura, lettura, approfondimento) opinioni simili siano comuni?

Stupisce, semmai, la malafede di chi dovrebbe difendere il buon nome degli insegnanti, il cui lavoro è basilare per il futuro di quella Patria di cui oggi molti nostri rappresentanti in Parlamento si riempiono la bocca (insieme alle parole “Dio” e “famiglia”).

Persecutori di fanciulli inermi

Malgrado l’opinione comune, tuttavia, aumenta il numero degli insegnanti che fuggono dal lavoro prima del tempo. Sono pigri? Viziati? Hanno guadagnato anche troppo? Nulla di tutto ciò. La verità è che si sentono devastati dal logorio fisico e psichico. Come mai?

Un grande contributo a questa loro sensazione è sicuramente dato dall’ingravescente conflittualità con studenti e genitori. Da parecchi anni si susseguono numerosi casi di violenza verbale e fisica nei confronti dei docenti. Chi ci legge li conosce bene, anche se, per fortuna, sono (ancora) evenienze estreme, che non costituiscono (ancora) la regola.

Tutti i docenti ricevono continue richieste di colloquio da parte di genitori in ansia per i voti dei pargoli; voti sempre troppo inferiori alle loro aspettative; tanto che non si spiegano come mai il pargolo, pur avendo tanto studiato, abbia preso “sei meno”, lui che è sempre stato “bravissimo”!

“Trasmissivi” e “frontali”

La didattica stessa è sempre più complessa. I docenti vengono colpevolizzati da teorie psicopedagogiche alla moda, scatenate contro la didattica “trasmissiva” e “frontale”. Come se fosse un reato trasmettere conoscenza a chi non la possiede, e farlo guardandolo negli occhi, consentendogli di interagire e testandone il livello di ascolto, concentrazione, interazione col docente stesso. Quasi fosse, insomma, una colpa insegnare: ossia suscitare nel discente interesse e desiderio di conoscere; certo anche con mezzi audiovisivi, computer e quant’altro, ma in primis con spiegazioni, approfondimenti, domande maieutiche.

Beati i progettatori, perché saranno premiati (poco)

D’altronde i bei risultati delle suddette teorie alla moda, benché adornate di splendide definizioni in inglesorum, sono sotto gli occhi di tutti: ragazzi incapaci, all’età di 14-15 anni, di ascoltare, parlare, leggere, scrivere e far di conto, dopo 8 anni di scuola dell’obbligo.

Il resto lo fanno aziendalizzazione, gerarchizzazione e burocratizzazione: ovvero la ristrutturazione — di ispirazione ideologica neoliberista — cui la Scuola è stata sottomessa. Il clima fra colleghi è peggiorato: frutto amaro del dìvide et ìmpera ingenerato dalla mania di “incentivare il merito”. Bonus premiali e mance di pochi euro per progetti e incarichi (pagati spesso 1-2 euro per ogni ora effettiva di lavoro in più) son serviti a sopprimere solidarietà e rispetto reciproco, vitali in una comunità educante.

Decine di migliaia docenti in fuga anticipata, da un quarto di secolo

Ebbene, nel 2023 sono stati circa 30.000 i docenti che hanno chiesto in anticipo il pensionamento o si sono dimessi (circa il 24% in più rispetto al 2022); 21.400 nel 2024, e nel 2025 28.000. Lo hanno fatto, si badi bene, rinunciando ai benefici economici che avrebbero avuto chiudendo la carriera nei tempi previsti.

Il fenomeno non è di oggi, ma esiste da almeno due decenni. Già nel novembre 2005, infatti, dunque ben prima della riforma pensionistica Fornero, Repubblica scriveva: «Insegnare stressa sempre più e i docenti fuggono non appena età e contributi lo permettono. Il malessere serpeggia in ogni ordine di scuola e avvilisce il corpo docente da Bolzano a Palermo. In tutta risposta negli ultimi due anni il 60% di maestri e professori ha tagliato il traguardo della pensione con una lettera di dimissioni, prima, molto prima del raggiungimento del limite di età. In media si anticipa di 5 anni l’uscita dalla scuola, una tendenza confermata anche per l’anno prossimo a giudicare dalle pratiche che stanno già invadendo le segreterie dei sindacati. Una volta arrivati a 57 anni di età e 35 di servizio, si preferisce andar via».

Ma i TG parlano di Sanremo

Sta bene in salute un Paese che non si preoccupi di un tale malessere dei propri docenti? Fa vera informazione un sistema mediatico che lo nasconda, disinformando i cittadini col tenerne viva l’attenzione solo su serie televisive, partite di calcio, olimpiadi e festival di Sanremo (cittadina o Santo patrono nazionale)?

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