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Aggiornato il 26.01.2026
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Pascoli, un uomo segnato dal dolore. Quando la poesia nasce dalla sofferenza

Ho guardato con interesse, in tv, l’altra sera, il film su Giovanni Pascoli, dal titolo Zvanì, il diminutivo famigliare con cui, nella parlata romagnola, si dice “Giovannino”. Ho subito compreso che l’intento del regista, Gianluca Jodice, era quello di raccontare il poeta al di fuori del suo mito, mostrando il suo lato B, quello della fragilità umana, degli affetti intimi, dei problemi esistenziali. Per questo, il ritmo del film è volutamente lento, intimista e riflessivo. Esso, incurante dei dettagli biografici, si attiene al bisogno di collegare lo stile poetico pascoliano alle vicende dell’infanzia. Giovanni aveva 12 anni ed era in collegio dai Barnabiti, ad Urbino, col fratello minore Raffaele, quando il papà, Ruggero, viene ucciso da un anonimo colpo di fucile mentre torna a casa col suo calesse trainato dalla celebre cavallina storna, così chiamata dal suo mantello grigio scuro chiazzato di macchie bianche. Alla morte del padre seguono, in rapida successione, quella della madre e di due fratelli, lasciando a Giovanni il compito di prendersi cura degli altri famigliari.

Ne deriva che la finalità principale del film è quella di comprendere il perché della malinconia profonda che accompagna il poeta per tutta la vita. Compresi alcuni momenti della sua evoluzione giovanile, come gli studi universitari inspiegabilmente interrotti, nonostante la borsa di studio accordatagli dal Carducci, che lo aveva accolto nella sua cerchia, e la militanza fra gli anarchici di Andrea Costa, punita con tre mesi di prigione. Esperienza questa che lo riconduce nell’alveo della sua identità profonda, quella di poeta del mistero della vita e della universale sofferenza umana, problema fondamentale e primario rispetto a qualsiasi tipo di disagio sociale. Ecco, allora, venir fuori il Pascoli dell’attenzione alle piccole cose di ogni giorno, il poeta del lessico umile e quotidiano, della musicalità dei versi, dell’intimità famigliare e della natura carica di arcani significati simbolici.

Pascoli, per tutta la vita, rimarrà l’uomo segnato dal dolore, insicuro, inquieto, afflitto dai sensi di colpa. Desideroso, in un primo tempo, di riscattare l’immagine del padre con la vendetta e, infine, rassegnato ad ammettere l’inspiegabilità del dolore umano. Ma, proprio quando egli rinuncia alla comprensione del mistero del dolore, nasce in lui la poesia. Ecco allora che il trauma originario della sua depressione (l’uccisione violenta del padre) diventa l’elemento sorgivo della sua poetica.

Ne consegue, allora, che, mentre D’Annunzio è un uomo superiore, eccezionale, proteso a dominare la realtà e ad estetizzare la vita, e la sua poesia è creazione di bellezza; che, mentre Carducci è il rappresentante dell’eredità classica e patriottica e la sua poesia ha come fine l’educazione civile degli Italiani; invece, Pascoli resta l’uomo fragile, ferito, malato d’insicurezza esistenziale. E la sua poesia rimane ascolto e decifrazione del mistero del mondo.

Pascoli ha della realtà una visione tragica, non eroica, basata sull’angoscia cosmica. La stessa natura è per lui ambigua, ricca di suoni, ombre e presagi misteriosi. Per cui il male, per lui, è senza colpevoli e senza spiegazione. Così, la cavallina storna diventa il simbolo di questa incapacità di capire il dolore del mondo. Nella sua innocenza creaturale, di fronte ai nomi degli ipotetici autori del delitto, elencati dalla madre del poeta, essa non risponde. Nitrisce, però, alla fine, quando la donna pronuncia il nome dell’uomo da tutti sospettato. Come la cavalla conosce il colpevole ma non può dirlo, così, nella poesia “Il dieci agosto”, il cielo piange, ma non interviene: “E tu, Cielo, dall’alto dei mondi / sereni, infinito, immortale, / oh! d’un pianto di stelle lo innondi / quest’atomo opaco del Male!”. Cosa incompatibile con la giustizia divina del Cristianesimo che retribuisce ciascuno secondo le sue opere.

Tanti si sono chiesti se Pascoli era credente. La risposta corretta è che Giovanni Pascoli non fu un credente nel senso dogmatico, ma non fu neppure ateo. Fu un uomo religiosamente inquieto, segnato da una crisi di fede che si traduce in una religiosità sentimentale, etica e simbolica. Avendo ricevuto da ragazzo una formazione cristiana, egli, in età adulta, non aderì più pienamente alla fede cattolica come sistema di verità certe. Nei suoi testi non c’è una fede salvifica chiara, né l’idea di una Provvidenza che ripari il male. Tuttavia, Pascoli non è ateo. Non nega Dio. Non afferma che il mondo sia puro caso. È semplicemente ossessionato dall’idea che qualcosa c’è ma non si lascia afferrare. La sua è la religiosità del mistero, non della dottrina.

Luciano Verdone

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