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Per il ritorno a scuola ci vuole un protocollo pedagogico. Intervista a D. Missaglia (Proteo)

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Pubblicato oggi dalla Associazione professionale Proteo Fare Sapere l’atteso documento “Protocollo pedagogico per il ritorno a scuola”.
Dieci pagine fitte di riflessioni e di suggerimenti per le scuole e per gli insegnanti.
I protocolli sanitari per garantire la sicurezza di tutti sono fondamentali, sottolinea l’associazione, ma “sul piano pedagogico ci vuole altro”.
“Su questo ‘altro’ – sottolinea Proteo – si fonda la nostra pro­posta di un protocollo pedagogico che risponda al nuovo esistenziale, cognitivo e sociale che entra nelle nostre aule, e che dia nuove risposte educative. Solo così il ritorno a scuola si fa parte della ricostruzione del Paese. Serve un clima educa­tivo con elevate capacità di includere, creare senso civico, solidarietà. Ne avrà bisogno il Paese per superare la durissima crisi sociale indotta dalla pandemia, per affrontare le sfide di un possibile cambiamento di fondo del suo modello produttivo, di un futuro in cui il lavoro, grazie anche al rilancio di una ricerca libera, sia la risorsa fondamentale per un benessere libero dai miti del liberismo e del consumo senza limiti”

Ne parliamo con Dario Missaglia, presidente della Associazione.
In cosa consiste il vostro protocollo?

Chiariamo subito un punto: il documento non è una raccolta di ricette ma uno strumento di lavoro pensato per le scuole e per gli insegnanti ed offre una serie di indicazioni, suggerimenti e sollecitazioni per facilitare il ritorno a scuola

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Cosa vi aspettate ora?

Ci aspettiamo che questo strumento possa aiutare tutti a rimettere al centro il tema delle relazioni, non solo di quelle educative ma anche di quelle professionali fra i docenti stessi, perché anche loro hanno subiti gli effetti del lockdown. Ecco perché parliamo di gruppi di cooperazione e di riflessione che facciano il punto su cosa è successo in questi mesi; il tema centrale è: come ripartiamo? come impostiamo la relazione educativa?
Dobbiamo tenere conto che né i docenti né gli studenti sono gli stessi di 7 mesi fa.

E quindi cosa bisogna fare?

Certamente in una prima fase si dovranno fare i conti con i problemi degli organici, degli spazi, dei supplenti da nominare, degli arredi e del distanziamento, ma poi verrà fuori con forza il problema educativo. 
I ragazzi ci arrivano dopo mesi di lontananza dalla scuola, c’è stata una parziale interruzione degli apprendimenti formali, ma soprattutto si sono interrotte le relazioni e le nostre stesse vite.

Ancora una domanda: ma in tempi di competenze e di “didattica digitale” serve ancora parlare di pedagogia?

Io penso che a maggior ragione oggi c’è bisogno di pedagogia.
Va detto che sul tema delle competenze c’è stata una deformazione culturale indotta probabilmente anche dal clima sociale prevalente in cui si è fatto strada il mito dell’efficienza e della produzione, mito al quale anche la scuola è stata piegata.
Credo che una riflessione sia assolutamente salutare, perché oggi la l’umanità intera, e non solo la scuola, è di fronte a scelte importanti, nuove e decisive.

Quali riflessioni andranno fatte?

Dobbiamo fare riflessioni radicali sul nostro modello di sviluppo e sul rapporto uomo-natura e quando ci sono queste domande di fondo è indispensabile fare riferimento agli strumenti di analisi la pedagogia e la filosofia mettono a disposizione.

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