Il dramma della violenza di genere e dei femminicidi è stata al centro dell’ultima lezione in diretta di educazione civica, che si è tenuta oggi, 13 febbraio, dalle ore 11.00 alle ore 12.00 con ospite Gino Cecchettin, padre di Giulia e presidente della fondazione dedicata alla figlia, vittima di femminicidio nel 2023.
Ecco cosa ha detto nel corso della diretta: “Mi considero un papà che deve trovare un modo per amare la propria figlia, in un modo astratto cercando di promovere una cultura del rispetto: non rispetto cavalleresco, dall’alto verso il basso. Rispetto significa vedere l’altra persona come uguale a noi, con la stessa libertà, non qualcuno da proteggere”.
“Penso sia doveroso parlare ai ragazzi, dobbiamo parlare soprattutto alle nuove generazioni, che sono forse più sensibili a questa tematica, hanno la possibilità di plasmare il loro futuro. Da loro ci aspettiamo tanto, sono molto positivo, il materiale è ottimo”.
“Da qualche anno è cambiata la sensibilità, continuo a vedere un occhio di riguardo per questa tematica. Abbiamo capito che impatta non solo le vittime ma tutta la società, è come un ecosistema che si migliora, ma è un percorso molto lungo. Sogno quel 31 dicembre in cui le vittime di femminicidio sono zero”.
E, sull’educazione sessuale a scuola: “Noi come Fondazione siamo concordi sul fatto che sia fondamentale per capire certe dinamiche. Negli Stati in cui è stata introdotta da poco ci sono miglioramenti. Filippo ma anche Giulia non avevano gli strumenti per gestire determinati tipi di sentimenti. Giulia si dava troppe colpe, Filippo dava per scontato che la vita sarebbe finita dopo Giulia”.
“Ovviamente servono persone competenti per farlo, difficilmente i genitori hanno questa capacità. Portare questo tema a scuola sarebbe fondamentale”, ha aggiunto.
“Dico ai ragazzi che ogni segnale di prevaricazione di un limite che ci siamo dati è un segnale di violenza. Le forme di controllo si auto-alimentano. Gli stereotipi sono sempre duri, fin da bambini diamo meno importanza alla vita delle donne. Come fare? Cambiare i piani educativi per un vero rispetto. Il consenso? Si chiede, si rispetta, può essere ritirato. La pratica del silenzio assenso è pericolosa. Che società vogliamo? Una cultura che tollera l’ambiguità? Capire che l’altra persona è un soggetto e non un oggetto è importante, al di là di qualunque riforma”.
“Bisogna dare peso ad ogni segnale, anche facendoci aiutare, perché la nostra interpretazione potrebbe non essere corretta. Non dobbiamo parlare di genere maschile ma di maschilismo tossico.