Home Archivio storico 1998-2013 Precari Precari, nuova frontiera di ricorsi: gli indennizzi per i mancati pagamenti futuri

Precari, nuova frontiera di ricorsi: gli indennizzi per i mancati pagamenti futuri

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Ha fatto il giro dei mass media la notizia del rotondo indennizzo – oltre 150mila euro netti più accessori e interessi – che un giudice del lavoro di Trapani ha accordato ad un docente precario di educazione fisica e sostegno. La cifra, del resto, rappresenta un vero record per questo genere di rivalse. Ma soprattutto potrebbe dare il là ad una nuova frontiera di ricorsi: quelli presentati per il risarcimento “anticipato” degli stipendi riguardanti i mancati pagamenti per i futuri periodi estivi per tutti coloro ch sono stati assunti a tempo determinato su posti vacanti e disponibili senza il pagamento delle mensilità estive e degli scatti di anzianità. Vale la pena ricordare, infatti, che in questa occasione il Miur è stato sì condannato al pagamento di scatti e mensilità estive per gli anni pregressi (2005-2011), ma soprattutto per quelli che verranno fino all’età pensionabile, peraltro con un’addizionale del 10% in via equitativa per i possibili mancati contratti.
Ora, al di là della singola sentenza, quel che potrebbe venirsi a determinare è l’effetto domino. Con lo Stato costretto a risarcire un numero impressionante di precari. A meno che decida per la soluzione più ovvia: assumerli in blocco.
Secondo l’Anief, che ha patrocinato il ricorso che ha dato vita all’indennizzo record, siamo di fronte ad un caso pilota. Soprattutto perché il docente siciliano beneficiario della congrua cifra ha dalla sua un curriculum e un periodo di servizi a tempo determinato in linea con quello di decine di migliaia di colleghi: ha iniziato a fare supplenze nel 2001, ma solo nel 2005 ha cominciato a inanellare contratti, sempre a tempo determinato, di maggiore durata e con una certa continuità. Quindi una decina d’anni di precariato e ancora meno di supplenze più o meno continuative.
Il giorno dopo la messa in circolazione della sentenza, l’Anief si sofferma proprio su questo punto. “Oggi e domani – scrive il sindacato autonomo – gli italiani sceglieranno i partiti politici e i parlamentari da cui scaturirà il nuovo Governo: chiunque andrà a costituirlo, sappia sin d’ora che dovrà mettere in cima all’agenda degli obiettivi quello di assumere a titolo definitivo gli 80mila precari della scuola italiana, in servizio su altrettanti posti vacanti. Altrimenti lo Stato italiano sarà destinato a sborsare centinaia di milioni di euro per compensare l’abuso dei contratti a tempo determinato, i mancati scatti di anzianità, le mensilità estive non corrisposte per gli anni passati e per quelli futuri fino all’età pensionabile”.
Il ragionamento dell’associazione sindacale appare fondato: se solo una piccola parte degli 80mila precari su posti liberi – circa 40mila docenti, in maggioranza di sostegno, ed altrettanti tra amministrativi, tecnici ed ausiliari – dovesse avviare un ricorso sulla scia del collega trapanese, per le casse dello Stato sarebbero dolori. Un rischio, peraltro, che anche la Cassazione aveva messo in luce qualche tempo fa.
E poiché il tutto torna ad emergere proprio mentre milioni di italiani si sono recati o si stanno recando alle urne, l’Anief coglie l’occasione per rivolgersi al Governo che si formerà a seguito dell’esito di queste elezioni: “i nostri decisori politici – sostiene Marcello Pacifico, presidente dell’Anief – non avranno più possibilità di scelta. I giudici del lavoro hanno infatti dimostrato di non poter assecondare l’abuso cronico del datore di lavoro, in questo caso lo Stato, nello stipulare contratti a termine e ‘contra legem’. Ora, poiché gli anni di precariato sono spesso a due cifre, gli indennizzi risultano altrettanto corposi. Ma c’è dell’altro. Perché a far pagare il giusto prezzo salato allo Stato italiano potrebbe essere la Corte di Lussemburgo, prima ancora dei tribunali italiani: il mancato recepimento della clausola 5 della direttiva 1999/70/Ce, solo sulla ‘carta’ introdotta nel nostro ordinamento dal d.lgs. 368/01, in base alla quale il datore di lavoro è obbligato ad assumere a titolo definitivo il lavoratore se questo ha svolto almeno 36 mesi di servizio, anche non continuativi, ha comportato infatti già l’avvio di una procedura d’infrazione per l’Italia”.
Non solo – prosegue Pacifico -, perché la grave ‘dimenticanza’ determina, contestualmente, i presupposti per trasformare i ricorsi avviati in atti di messa in mora. Con la conseguenza di far pagare all’Italia indennizzi tutt’altro che simbolici, visto che possono arrivare fino a 8 milioni di euro per ogni singola denuncia”.
Certo, lo scenario che prefigura il sindacato degli educatori in formazione è forse esagerato. Ma per il Governo il problema precari esiste. Nel corso della campagna elettorale tutti i candidati hanno espresso il desiderio di trovare una soluzione alla piaga del precariato scolastico. Non è possibile, infatti, lasciare nel limbo così tanti aspiranti docenti. Tutti abilitati, vincitori di concorso e ritenuti abili per essere assunti a titolo definitivo. Supplenti, peraltro, quasi sempre laureati, con perfezionamenti, master e specializzazioni. La loro immissione in ruolo, però, non è più solamente un obbligo morale. Alla luce della sentenza di Trapani, sembra infatti diventare anche un necessità.
Vale infine la pena ricordare che non troppi mesi fa la Cgil aveva realizzato uno studio sugli stipendi del personale, con una conclusione rilevante ma passata inosservata: l’assunzione definitiva di un precario della scuola comporta, nei primi anni (fino al primo scatto automatico), un costo per lo Stato inferiore del 2,5% rispetto a quella che si sostiene assumendolo a tempo determinato. Un motivo in più per voltare pagina. E assumerli in blocco su tutti i posti vacanti e quelli in deroga, per i docenti di sostegno.