Vederla uscire di casa stamattina, con quel misto di terrore e determinazione negli occhi, ha fatto vacillare per un attimo la mia solida corazza da docente. Oggi, per me, la Maturità 2026 non è stata una circolare ministeriale o un argomento di dibattito tra colleghi. È stata il silenzio irreale di una casa vuota, l’attesa del messaggino “mamma è finita”, e la consapevolezza – da addetta ai lavori – dello sforzo titanico che stavano compiendo migliaia di ragazzi e ragazze dietro quei banchi.
Guardando le sette tracce d’esame rilasciate dal Ministero, il mio primo pensiero è stato pedagogico: stiamo chiedendo ai nostri ragazzi di essere degli equilibristi della complessità in condizioni di estremo stress.
Da docente, non posso non notare una discrepanza cronica che quest’anno è emersa con forza. La scelta di Cesare Pavese per l’analisi del testo poetico (“Passerò per piazza di Spagna”) è splendida, ma sbatte contro la realtà dei programmi scolastici. Spesso, per mancanza di tempo o per una rigida programmazione che si arena sul primo Novecento, autori fondamentali come Pavese non vengono approfonditi nelle classi. I ragazzi si trovano così a dover decodificare una lirica intimista e dolorosa senza gli strumenti storici e biografici necessari.
Ancora più evidente è il problema legato alle altre tracce. Testi come quelli di Frank Furedi sui confini o di Vitaliano Brancati sui piaceri della memoria presentano riflessioni sociologiche e filosofiche indubbiamente attuali, ma basate su autori che la maggior parte dei ragazzi semplicemente non conosce. In una scuola che dovrebbe essere inclusiva e valorizzare il background di ciascuno, proporre stimoli così “alti” e di nicchia rischia di trasformare la prima prova in una gara d’élite, anziché in un’opportunità per esprimere il proprio pensiero critico.
Ciò che spesso si dimentica, quando si giudicano i temi della Maturità dai tavoli ministeriali o dalle redazioni dei giornali, è l’aspetto situazionale e ambientale.
Mettetevi nei panni di un diciottenne oggi. Entra in classe con addosso un’ansia generalizzata che toglie il fiato. Gli vengono consegnati sette faldoni complessi, densi, che richiedono una lettura analitica profonda solo per essere compresi. In quel momento, il ragazzo deve attivare funzioni cognitive altissime per scegliere la traccia più adeguata alle proprie reali competenze.
E deve farlo in sei ore. Un tempo che sembra lungo, ma che vola mentre cerchi di strutturare una scaletta, scrivere, correggere. Il tutto in condizioni ambientali che definire difficili è un eufemismo: le temperature di metà giugno sono già altissime, le aule spesso non condizionate si trasformano in forni, e i rumori esterni della città o della scuola stessa minano costantemente la concentrazione. Per un ragazzo, mantenere l’attenzione focalizzata per sei ore in questo stato di stress psicofisico è una prova di resistenza che va ben oltre la semplice verifica delle competenze scolastiche. Da specialista del sostegno e della gestione di contesti multiculturali, so bene quanto i fattori ambientali e l’ansia da prestazione possano bloccare le risorse cognitive anche degli studenti più brillanti.
La prima prova è andata, custodita nei plichi sigillati. Ma la testa di mia figlia, e quella di tutti i suoi coetanei, è già proiettata a domani. La seconda prova, lo “scoglio” di matematica per lo scientifico e delle materie d’indirizzo per gli altri istituti, fa paura. E poi ci sarà l’orale, quel colloquio multidisciplinare che richiede la capacità di tessere fili invisibili tra le materie.
A mia figlia, che stasera guardo con una tenerezza nuova, e a tutti i maturandi d’Italia, voglio fare il mio più grande e sincero in bocca al lupo.
Ragazzi, non lasciate che un voto o la complessità di una traccia definiscano chi siete. Avete affrontato il caldo, l’ansia, e testi difficilissimi dimostrando una resilienza straordinaria. Domani stringete i denti un’ultima volta davanti a formule e problemi, e poi andate a prendervi il vostro futuro nei colloqui orali, raccontando non solo quello che sapete, ma la meraviglia di ciò che siete diventati.
Mamma e la scuola sono con voi. Viva il lupo!
Mazza Valentina
Mamma di una maturanda, docente del primo ciclo, specializzata sul sostegno e in organizzazione delle istituzioni multiculturali.