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Riapertura scuole: e se si usassero i locali confiscati alla mafia? Una preside ci prova, ma…

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Si stanno accapigliando, tra governo e opposizione, sul tavolo delle idee e delle proposte per trovare locali, in emergenza covid, da assegnare alle scuole in modo da garantire le rime buccali ai ragazzi, quel metro di distanza cioè fra di loro per essere sicuri da contagi, evitandoli magari ai docenti.

E allora capita che a una preside di Palermo, di sottile ingegno e lungimiranza, viene in mente, per assicurare appunto ai suoi alunni e al personale la tanto declamata sicurezza, di richiedere, già a giugno, i locali confiscati alla mafia. Che non è fatto da poco, come entrare nelle scuole ormai vuote dei privati, ma un segnale forte alla società: i beni, frutto di piratesche arrembaggi della mafia, in mano alle scuole e ai ragazzi per indicare loro che lo Stato è più forte della delinquenza organizzata. 

Fra l’altro alla preside quei locali garantiscono, visto la relativa vicinanza al suo Istituto, una migliore gestione dell’intera scuola in termini di cambio d’ora, dell’uso della palestra, dell’organizzazione di quelle famiglie che hanno più figli, e soprattutto per scongiurare i doppi turni.

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E invece? Invece, la dirigente per tutta risposta, a tre mesi di distanza circa, dopo avere espletato tutte le formalità richiesta per ottenere quei locali, si è sentita pure rimbrottata dagli uffici del Ministero perché non avrebbe messo in campo quelle pratiche necessarie e indispensabili per ottenere quanto aveva chiesto.

Per gli Uffici scolatici regionali infatti, la preside avrebbe dovuto fare una indagine preventiva, scoprire l’identità del gestore dei locali, contattarlo, risolvere con lui e poi, solo dopo, contattare l’ente locale che, solo a quel punto, avrebbe chiamato il gestore e chiesti gli spazi per gli studenti.

Da non crederci. Eppure è così: in altri termini si lascia al dirigente persino l’onere dell’indagine preliminare, invece di agevolarlo, aiutarlo, indirizzarlo. 

Ma non solo, quando la dirigente, seguendo le indicazioni fornite, fa presente al Comune di Palermo che i locali in questione sono stati dati al tribunale dei minori come archivio e mai usati, questo scrive che l’indagine toccava sempre a lei espletarla, avrebbe dovuto ciò ancora eseguire indagini al Catasto, scoprire chi fosse il gestore e quindi il nome del proprietario e quindi fare la richiesta e quindi aspettare l’assegnazione e quindi tutto il resto.

E la preside, armata di straordinaria buona volontà e soprattutto di passione per la sua scuola e la sua utenza, passa giornate intere a seguire quelle tracce, pur di avere quei locali, fino a quando scopre che i famosi locali, quelli che per tutti passano come confiscati alla mafia, sono privi di voltura, vale a dire sono stati sequestrati in via provvisoria ma in attesa di sentenza definitiva: nulla di fatto, tempo perso, energie sprecate, alunnni e famiglie nell’incertezza.

E così la preside si ritrova oggi, a pochi giorni dall’inizio della scuola, in un guado, pur avendo a portata di mano una soluzione forse troppo semplice e troppo singolare. 

Che fare, allora? Nessuno glielo sa dire, ma governo e opposizione litigano, si lanciano proclami, con insulti, indicano soluzioni d’ogni tipo, si arrampicano sui muri, mentre quei locali, spogli e senza vita, infruttuosi e a rischio abbandono, sono lì, a portata di mano e senza oneri per lo Stato.

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