Solo Roberto Benigni poteva tenere inchiodati allo schermo televisivo, per due ore, milioni di spettatori trattando un tema complesso come la figura di San Pietro, mescolando comicità, spiritualità e cultura, attraverso battute leggere, interrogativi provocatori e interruzioni di alta suggestione emotiva.
La Rai, realizzando questo format, ha messo in atto un’audace scommessa: mandare in onda, in prima serata, come importante appuntamento televisivo dell’anno, un monologo di due ore con inquadrature di un solo narratore e senza un supporto scenografico rilevante. E ne è venuto fuori un regalo culturale per tutti. Una sfida riuscita.
Ciò è stato possibile grazie al taglio umano e leggero della narrazione, all’ambientazione nei Giardini Vaticani e, soprattutto, alla capacità comunicativa di Benigni, che è riuscito a delineare un personaggio come san Pietro mettendone in evidenza umanità, fragilità e impulsività. Lo ha reso così un uomo come noi, una figura vicina alla condizione umana e alla fede di oggi.
Ma chiediamoci: quali sono gli elementi che rendono Roberto Benigni in grado di polarizzare il pubblico in modo quasi ipnotico? Sicuramente la capacità di essere, allo stesso tempo, profondo e leggero. Certamente il lungo periodo di ricerca culturale e di ottimizzazione comunicativa che precede la registrazione, insieme alla semplificazione degli argomenti per renderli accessibili a tutti. Decisiva è anche la sua eccezionale memoria, che gli permette di parlare per due ore senza incertezze, schemi scritti, gobbi o suggeritori. Come farà poi? Mi piacerebbe conoscere le sue mnemotecniche.
Credo, tuttavia, che nel successo di Benigni abbia grande importanza una notevole identità culturale e religiosa che conferisce sicurezza e determinazione alle sue affermazioni. Una passionalità smisurata per tutto ciò che è fondamentale, nobile, eccelso. Una grande fede religiosa che parte dal cuore e si alimenta di robusta razionalità. E diciamolo: in un’epoca di relativismo e di vuoto ideale come la nostra, un genio della comunicazione di notorietà universale come Benigni può svolgere un ruolo molto importante.
Ciò che, nella trasmissione di ieri sera, distingueva Benigni da altri teologi o divulgatori dell’argomento evangelico era un forte senso della grandezza di Gesù e un evidente amore verso di lui. Notate come descriveva la personalità del Nazareno: l’accenno al carattere rivoluzionario del suo pensiero, al carisma irresistibile della sua persona, all’intensità amorosa e penetrante del suo sguardo, alla sua sconfinata pazienza e misericordia. E lo sappiamo: tanti discorsi su Gesù, anche se scientificamente fondati, sembrano cornici senza immagine, corpi senz’anima, discorsi aridamente eruditi ma privi di cuore.
Luciano Verdone