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Studenti Erasmus, la protesta sfocia nel voto simbolico

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Mancano ormai solo tre giorni alle elezioni politiche, ma non si rassegnano gli studenti che stanno svolgendo l’Erasmus, il progetto internazionale che gli permette di svolgere un periodo di studi post-diploma all’estero: insistono perché avrebbero voluto avere la possibilità di votare. Assieme ad altri italiani che si trovano fuori Italia per meno di un anno, si sentono vessati dal decreto 223 approvato dal Consiglio dei ministri il 18 dicembre scorso. Dicono che si tratta di una scelta sbagliata. Tanto che negli altri paesi europei, dove si trovano in questo momento, i governi trovano comunque delle soluzioni per garantire l’esercizio di un diritto.
E stanno organizzando nelle maggiori città europee un’iniziativa di protesta. Una di queste si svolgerà il 23 di febbraio, un giorno prima del voto in Italia: gli organizzatori, associati nel gruppo “Io voto lo stesso”, hanno previsto una votazione simbolica.
“Il 23 febbraio – dicono – costituiremo seggi elettorali nelle piazze, nei centri culturali, nelle università estere, a cui tutti gli italiani non residenti potranno recarsi per esprimere il proprio diritto di voto”: in questo modo, “”, l’azione vuole “dimostrare la partecipazione e l’intenzione degli italiani all’estero di far valere questo diritto, pur non essendo iscritti all’AIRE”.
Si tratta di studenti Erasmus, lavoratori precari con contratti di pochi mesi, ragazzi alla pari che studiano e risiedono in Europa per un tempo inferiore a un anno. Sostengono che la loro esclusione “contrasta con i principi di partecipazione democratica, eguaglianza ed effettività del diritto di voto previsti dalla Costituzione.
L’abbiamo reputata – continua il gruppo ‘Io voto lo stesso’ – una risposta beffarda: ledere il diritto di voto di chi si trova temporaneamente all’estero, non solo rappresenta una delle tante falle dell’attuale legge elettorale, ma è ancor più una violazione dell’art. 48 della Costituzione. Questa non-delibera, non cambiando nulla, di fatto limita il nostro diritto di voto. Abbiamo valutato le possibilità di rientrare in Italia ma non tutti, tra lavoro, impegni universitari e disponibilità finanziarie, hanno la possibilità di tornare per esprimere il proprio voto”.
Attraverso i social network, il raggruppamento ha creato una rete di contatti in tutta Europa e si è organizzato per manifestare il dissenso. “Tenteremo così almeno di raccontare questi voti che per il nostro Paese non contano. In un’elezione in cui i temi della distanza della politica dalla cittadinanza e quelli della ‘rottamazione’, dei volti giovani, del nuovo che avanza, hanno un ruolo primario, noi (giovani, studenti, lavoratori, in Europa per ampliare la propria cultura e vivere un’esperienza profondamente formativa, o per cercare possibilità lavorative che il nostro Paese non offre) veniamo privati della voce e del nostro diritto di esprimerci. Per mostrare che la nostra voce resiste anche da lontano”.