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Tagli, in 3 anni nel Lazio persi 11.000 posti: come chiudere due volte la Fiat di Cassino

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Tra qualche giorno gli effetti della pesantissima legge 133/08 sugli organici del personale docente ed Ata della scuola pubblica andranno a compimento. Negli ultimi tre anni tanto si è detto sugli effetti pratici della manovra intrapresa all’inizio dell’attuale legislatura e che gli esponenti del Governo, il ministro Gelmini in testa, hanno semplicemente liquidato con il termine “razionalizzazione”. Per comprendere la portata dell’operazione bisogna allora entrare nel merito: comprendere come, a livello pratico, si sia realizzata l’opera di cancellazione di circa 130.000 posti tra insegnanti e personale Ata.
Una fotografia attinente agli effetti nefasti della politica del Governo arriva della Regione Lazio, dove in questi giorni tutti i sindacati – la Flc-Cgil, la Cisl Scuola, la Uil Scuola, lo Snals-Confsal e la Fsu-Gilda Unams – hanno scritto all’assessore regionale all’istruzione del Lazio, la professoressa Gabriella Sentinelli. Nella lettera si affrontano con crudezza i termini di una questione che non può essere derubricata come attinente ad un mero ambito tecnico, lontano dagli interessi e dai poteri della Regione: nei prossimi giorni si dissolveranno 1.989 posti di docenza, che vanno ad aggiungersi ai 1.320 persi nel 2009/10 e ai 1.865 persi nel 2010/11” ed ulteriori “1.238 posti di personale Ata (personale amministrativo, tecnico ed ausiliario ndr) che vanno ad aggiungersi ai 2.769 persi nel 2009/10 e ai 1.865 persi nel 2010/11“. Dal 2009, complessivamente, la scuola laziale ha perso, quindi, 11.046 posti di lavoro: “è come se si fosse chiusa due volte la Fiat di Cassino”, sintetizzano amaramente i sindacati
Per i sindacati regionali tutto ciò produrrà un tributo molto alto che la scuola della nostra regione, in concorso con l’intero Paese, è chiamata a pagare alle scelte del ministro e del Governo. Così, mentre la migliore dottrina economica e l’esempio dei paesi industrialmente più avanzati” ci dice che  una buona ed equa crescita deriva esclusivamente dagli investimenti nel campo dell’istruzione“, nel nostro Paese si procede in senso opposto, minando la quantità e la qualità del servizio stesso.
A livello pratico, quelli che le organizzazioni definiscono i tanti mali della scuola del Lazio” produrranno effetti a dir poco negativi non solo per il personale, ma anche per gli alunni e le famiglie. Si va dalla riduzione del tempo scuola all’impossibilità di rispondere alla domanda di tempo pieno, soprattutto nelle città (particolarmente grave, nel Lazio, il caso di Viterbo, provincia alla quale non viene concessa neppure una nuova prima classe di scuola primaria a tempo pieno“), passando per l’espansione delle cosiddette “classi pollaio, in dispregio delle esigenze di sicurezza dei nostri figli“, fino alla “minore sorveglianza agli accessi delle scuole, per mancanza di collaboratori scolastici.
Secondo i sindacati la carenza di bidelli mette ormai in discussione, per il prossimo anno scolastico, anche la stessa possibilità di apertura dei cancelli di alcuni plessi. Da non sottovalutare è anche il fenomeno dellaumento del pendolarismo degli studenti sul territorio regionale dovuto alla ricerca dell’istituto scolastico che offra l’indirizzo di studi richiesto“.
Per i sindacati non c’è altra scelta: avviare un tavolo di confronto e, dove possibile, limitare i danni verificando la fattibilità di raggiungere le stesse riduzioni economiche, previste dal Governo, attraverso altre strade.
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