Prima Ora | Notizie scuola del 6 maggio 2026

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06.05.2026

Tutor e orientatori: “rivoluzione del merito” o errore (nel metodo e nel merito)?

«L’è come levassi la sete co’ i’ prosciutto», direbbero a Firenze. Sono molti i docenti italiani convinti che la recente istituzione dei tutor e degli orientatori sia stato un rimedio peggior del male e uno sperpero di soldi pubblici. Infatti, se è vero che l’aziendalizzazione è un male per la Scuola (perché la Scuola non può esser nemmeno lontanamente pensata come azienda), il creare altre due figure gerarchiche, in qualche modo sovraordinate rispetto ai docenti, non è certo un bene. Vediamo perché.

Un lastricato di buone intenzioni

Tutor e orientatori — già previsti dalle Linee guida per l’orientamento (DM 328/2022), che integrava la riforma 1.4 del PNRR — sono stati inseriti e implementati nelle istituzioni scolastiche statali del secondo ciclo di istruzione dal DM 63 del 5/4/2023, mediante lo stanziamento di 150 milioni ripartiti fra le scuole. La circolare 958/2023, insieme al DM 63, obbliga i docenti interessati a corsi di formazione specifici. Per il 2024-2025 sono poi stati stanziati oltre 267 milioni in più.

I tutor hanno il compito di aiutare i discenti nell’individualizzare i percorsi; invece gli orientatori coadiuvano le scelte successive. I docenti disposti a ricoprire tali incarichi sono stati selezionati nell’aprile 2023 tramite la piattaforma “Futura PNRR”.

“La prima pietra della rivoluzione del merito nella scuola italiana”

Positivo, naturalmente, il giudizio su tutto ciò da parte del governo, che ha riconfermato il tutto anche per l’anno scolastico 2025-26 tuttora in corso. Secondo Valditara, in sintesi, la riforma sarebbe di vitale importanza per passare da un sistema scolastico “ugualitario”, che non valorizza “le potenzialità di ogni studente”, ad uno che invece le valorizza. Secondo il governo, infatti, orientatori e tutor — pilastro centrale della riforma scolastica ed elemento chiave del PNRR — supporterebbero (pur non essendo psicologi, né assistenti sociali) gli studenti fragili (psicologicamente o didatticamente), valorizzando al contempo eccellenze e talenti. Sarebbe questa, insomma, “la prima pietra della rivoluzione del merito nella scuola italiana”, capace di personalizzare l’istruzione al punto da superare persino disuguaglianze territoriali e sociali, guidando studenti e famiglie nelle scelte post-diploma.

La panacea di tutti i mali (risparmiando sul brodo)

Un autentico toccasana, dunque, che risolverebbe come d’incanto problemi mai appianati in un secolo e mezzo di Scuola nazionale, ma anzi incancrenitisi nell’ultimo quarantennio a causa del continuo definanziamento della Scuola pubblica italiana da parte di tutti i governi di centro, destra e sinistra.

Si continua, in realtà, come sempre. L’investimento — di fondi PNRR — è, come al solito, piuttosto limitato. Non un centesimo va all’edilizia scolastica, né all’aumento dei salari di docenti e ATA, né alla diminuzione degli alunni per classe: tutte misure, queste, davvero fondamentali, che di per sé migliorerebbero sensibilmente la qualità dell’istruzione in Italia e favorirebbero l’individualizzazione dell’insegnamento (e quindi anche l’orientamento), ma che costerebbero molto più di qualche centinaio di milioni.

Comunità educante? O nomenklatura di coordinatori, animatori, collaboratori?

Quel che prolifera, al contrario, è l’“etichettatura” delle diverse figure di docenti che si prestano alla ristrutturazione della scuola in senso sempre più aziendalista e burocratico: tra referenti di commissioni specifiche, coordinatori di consiglio di classe, coordinatori di plesso, animatore digitale, collaboratori del dirigente scolastico, funzioni Strumentali (PTOF, inclusione, orientamento), tutti con compiti gestionali e organizzativi, chi si ricorda più che cos’è e cosa dovrebbe essere il lavoro dell’insegnante? Chi si cura più delle conoscenze disciplinari di studenti e docenti? Chi si preoccupa più di parlare e ragionare — in Collegio dei Docenti — di didattica e di conoscenze disciplinari? Al contrario, tutto lascia pensare che la Scuola non sia più la comunità educante in cui il sapere si crea e si rielabora tra docenti e discenti tramite empatia ed etica professionale: ma un’azienda burocratizzata, il cui unico fine sia produrre carte attestanti l’esecuzione di norme ispirate a principi astratti e provenienti dal mondo dell’impresa, dell’azienda, della fabbrica (come attesta il crescente disinteresse per i contenuti dell’insegnamento) a vantaggio dei metodi e delle mode (pseudo)pedagogiche più in voga.

Docenti? O “servi della scartoffia”?

La figura docente — dopo decenni di svilimento professionale, salariale, sociale, accompagnato da critiche che forse si sarebbero potute rivolgere ai docenti di 70 anni fa, non certo agli attuali — subisce uno snaturamento tale da renderla irriconoscibile. L’insegnamento — originariamente finalizzato alla formazione culturale dei giovani e alla loro istruzione — è trasformato in servizio. Un servizio — all’utente/cliente — per alcuni tratti simile piuttosto ad una servitù nei confronti di una buro-gerarchia ministeriale che detta nel dettaglio l’agenda di ogni ordine e grado di scuola, anziché favorire quella libertà di iniziativa didattica che l’articolo 33 della Costituzione sancisce e protegge.

Se il modello aziendale diventa paradigma assoluto e modello indiscutibile

La Scuola è fatta dai docenti, e dai docenti dovrebbe esser gestita, in scienza e coscienza ed in vera autonomia. Perché solo i docenti, nel pluralismo delle opinioni, sanno per esperienza cosa la Scuola è e come può funzionare al meglio.

Decisamente, purtroppo, non è però questa la strada scelta da chi ha governato e deformato la Scuola negli ultimi 40 e più anni. Si è scelto di non interpellare i docenti, di non considerarli nemmeno degni di parola sulla propria professione. Si è scelto di trasferire sulla Scuola italiana i dettami di ideologie neoliberistiche d’oltreoceano, in nome delle quali tutta la società mondiale è stata sfigurata. Con i bei risultati che abbiamo sotto gli occhi, nella società e nella Scuola: perché i danni fatti alla Scuola sono danni inferti alla società intera.

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