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15.06.2026
Aggiornato alle 10:30

Un mondo a misura dei giovani: era il sogno di Edgar Morin. Ma come possiamo ottenere questo risultato? Nostra intervista a Mario Rusconi

Siamo tutti d’accordo sul fatto che il mondo deve “funzionare” bene soprattutto per i giovani. Ma cosa possiamo fare? Ne parliamo con Mario Rusconi, Capo Dipartimento “IA, formazione, lavoro” del Consorzio universitario Humanitas di Roma

Professor Rusconi, lei sostiene che il sistema scolastico debba essere ripensato per valorizzare maggiormente i giovani. Da dove nasce questa riflessione?

Nasce dall’osservazione di una realtà che viviamo da anni. Pur condividendo solo in parte la celebre affermazione di Edgar Morin, secondo cui la scuola tende a reprimere la naturale curiosità dei giovani, credo sia necessario interrogarsi su come costruire un modello formativo capace di alimentare l’interesse degli studenti e di accompagnarli nell’approfondimento della conoscenza.

Quali sono, a suo avviso, i punti di forza dell’attuale sistema scolastico italiano?

La scuola primaria rappresenta senza dubbio uno degli aspetti più positivi del nostro sistema. In questa fase gli alunni vengono generalmente stimolati a sviluppare curiosità, passione e desiderio di apprendere. Gli insegnanti, grazie a una preparazione psicopedagogica consolidata, riescono spesso a valorizzare i talenti individuali e a creare un ambiente inclusivo e motivante.

Quando emergono le maggiori criticità?

Le difficoltà iniziano spesso nel passaggio alla scuola secondaria di primo grado. Si verifica una sorta di frattura tra un modello educativo fortemente interdisciplinare e centrato sulla persona e un modello più rigido, organizzato attorno alle singole discipline. Questo cambiamento può risultare problematico soprattutto per gli studenti che non dispongono di un forte sostegno culturale e familiare.

Perché la scuola media rappresenta un momento così delicato?

Perché coincide con una fase cruciale della crescita personale. L’adolescenza introduce cambiamenti profondi sul piano emotivo e relazionale. Tuttavia, molti docenti della scuola media, pur possedendo una solida preparazione disciplinare, non sempre ricevono una formazione psicopedagogica adeguata per affrontare le complessità di questa età. Ciò può rendere più difficile intercettare e gestire situazioni di disagio o demotivazione.

Quali conseguenze produce questa situazione?

I dati mostrano che una quota significativa degli studenti conclude la scuola media con valutazioni minime. Si tratta spesso di ragazzi che arrivano alle superiori con fragilità culturali e metodologiche importanti. Le conseguenze si manifestano soprattutto nel biennio iniziale della scuola secondaria di secondo grado, dove si concentra gran parte della dispersione scolastica.

Lei critica anche una certa narrazione pubblica sugli esami di maturità. Per quale motivo?

Perché spesso si tende a sminuire i risultati positivi degli esami finali senza considerare che gli studenti arrivati alla maturità hanno già superato un percorso selettivo molto impegnativo. Le difficoltà maggiori si concentrano infatti nei primi anni delle superiori, dove avviene una significativa selezione scolastica.

Quali interventi ritiene prioritari per migliorare la scuola media?

Occorrerebbe ripensare la formazione iniziale dei docenti, introducendo percorsi universitari che integrino in modo più efficace le competenze disciplinari con quelle psicopedagogiche. Inoltre, sarebbe utile rafforzare la formazione continua, prevedendo aggiornamenti obbligatori e una valutazione della crescita professionale che possa tradursi anche in progressioni di carriera e riconoscimenti economici.

E per quanto riguarda la scuola superiore?

Una proposta interessante riguarda il cosiddetto “curricolo flessibile” dello studente. L’idea è quella di mantenere una solida base comune, pari all’80-85% del percorso, lasciando però una quota del 15-20% dedicata a discipline opzionali coerenti con l’indirizzo scelto. In questo modo ogni studente potrebbe coltivare interessi specifici e sviluppare meglio i propri talenti.

Lei propone anche un utilizzo diverso degli edifici scolastici. In che senso?

Le scuole superiori restano inutilizzate per gran parte della giornata e per lunghi periodi dell’anno. Sarebbe opportuno trasformarle in veri e propri centri culturali aperti anche nei pomeriggi e durante l’estate. Non si tratterebbe di ripetere le attività del mattino, ma di offrire opportunità formative diverse e più vicine agli interessi dei giovani.

Quali attività immagina?

Cinema, musica, teatro, danza, fotografia, sport, educazione economica e finanziaria, arti visive e molte altre esperienze culturali. Spazi in cui i ragazzi possano esprimersi, confrontarsi e crescere. Una scuola più aperta e vissuta potrebbe contribuire anche a contrastare fenomeni di disagio sociale e a tenere molti giovani lontani dalle derive della cosiddetta “mala movida”.

Qualcuno potrebbe definire queste proposte utopistiche. Cosa risponde?

Sono consapevole che richiedano investimenti economici, capacità organizzativa e una visione politica di lungo periodo. Tuttavia, se le istituzioni non sapranno fare della lungimiranza, nel senso indicato da Max Weber, un elemento strutturale della propria azione, continueremo a discutere dei problemi delle nuove generazioni senza affrontarne davvero le cause.

In conclusione, quale dovrebbe essere l’obiettivo della scuola del futuro?

Costruire un ambiente educativo capace di valorizzare ogni giovane persona, accompagnandola nella scoperta dei propri talenti e preparandola ad affrontare le sfide del presente e del futuro. Una scuola che non si limiti a trasmettere conoscenze, ma che contribuisca a costruire una società più inclusiva, dinamica e consapevole.

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