Secondo una recente analisi condotta sulla salute del sistema scolastico globale, l’UNESCO segnala che, anche in aree benestanti in Europa, la carenza degli insegnanti ha raggiunto livelli critici ritenuti talvolta dalle autorità locali ingestibili. Questa è causata da una penuria sistematica di investimenti sul personale docente e scolastico generico a lungo termine che permetta alla professione di tornare al centro degli impieghi maggiormente desiderati dalle nuove generazioni, che al momento sono costrette, per ovviare precarietà, scarsa retribuzione e mobilità estrema, a ripiegare su professioni talvolta non attinenti ai rispettivi percorsi di studio condotti. In alcune aree la carenza patologica e continuativa di docenti interessa – come in alcune zone portoghesi, romene ed anglosassoni – il 75 % degli istituti educativi attualmente attivi e rischia di comprometterne, nel breve e nel lungo periodo, l’utilizzabilità ed il ruolo assunto per le comunità circostanti, mettendo a rischio l’apprendimento ed il diritto allo studio nei territori di interesse.
L’UNESCO, nella sua statistica e trattatistica, ha dichiarato che entro il 2030 avremo bisogno di oltre 44 milioni di nuovi docenti per sostituire quelli che entro un lustro raggiungeranno l’età pensionabile. Tuttavia si è al corrente che il ricambio fattivo per raggiungere tale valore è terribilmente insufficiente. Specie per la scuola primaria, gli esuberi prima dell’avvento della pensione sono veloci due volte in più rispetto a dieci anni fa: i giovani docenti o si gettano a capofitto in nuove professioni o aderiscono all’istruzione privata togliendo al pubblico una risorsa utile sulla quale il sistema non è stato in grado di investire offrendo un ambiente di lavoro ed un trattamento economico adeguati. E’ raddoppiato anche il logoramento dei docenti: se prima l’UNESCO attraverso varie agenzie di stampa in tutto il mondo raccolse il 4,62 %, ora siamo intorno al 9 %. Le cattedre restano sempre più vuote e le aule che hanno un docente assegnato divengono sempre più affollate: il rischio di un trauma educativo, se non si interviene con misure strutturali ed efficaci, è dietro l’angolo.
Il nostro è un paese diviso anche per l’erogazione di istruzione e didattica. Lo affermano gli INVALSI somministrati nell’ultimo quinquennio e le statistiche EURYDICE relative alla dispersione scolastica, con un Mezzogiorno che fa fatica a popolare le scuole. Tuttavia, la vera crisi di docenti si registra al Settentrione, dove il costo della vita è più elevato e la mobilità – talvolta disumana – degli insegnanti del Sud verso il Nord sembra l’ultima speranza per garantire l’istruzione in intere regioni. I neolaureati delle grandi città del Nord trovano la professione docente come poco remunerativa se rapportata al costo della vita, pertanto preferiscono orientarsi verso altre professioni, lasciando ai colleghi del Sud posti vacanti da riempire. Ciò favorisce precarietà fuori sede e mobilità professionale che consuma migliaia di chilometri ogni anno pur facendo riferimento allo stesso paese. Tra i vari elementi di disinteresse oltre alla retribuzione vi sono gli scarsi incentivi e possibilità di carriera, lavoro sommerso e stress correlato.