Burnout Docenti: Sintomi, Cause e Come Gestire lo Stress a Scuola

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09.05.2026
Aggiornato alle 11:11

9 maggio, il ricordo di Aldo Moro e Peppino Impastato, due simboli del nostro Paese. Valditara: “Promuovere coscienza civile che contrasti ogni forma di estremismo

Il 9 maggio rimane una data di grande significato per l’Italia degli anni ’70, segnata dal ritrovamento dei corpi senza vita di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, in via Caetani (Roma), e di Peppino Impastato, giornalista e attivista antimafia, a Cinisi (Palermo).

Valditara: “Scuola italiana onora coloro che hanno perso la vita per mano della violenza e dell’odio”

Il 9 maggio, “Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice”, la scuola italiana onora coloro che hanno perso la vita per mano della violenza e dell’odio e si stringe intorno ai loro familiari – scrive il ministro Valditara su X – Oggi rinnoviamo l’impegno a difesa dei valori della democrazia, della libertà e del rispetto della persona. L’istruzione svolge un ruolo centrale in questo percorso: diffondere la conoscenza della storia recente del Paese e promuovere una coscienza civile che contrasti ogni forma di estremismo e radicalizzazione.

Il mistero del caso Aldo Moro

La morte del presidente Aldo Moro è stata iscritta tra i misteri della storia d’Italia e, ancora oggi, è difficile darne una connotazione precisa e risolutiva, proprio perché contiene tracce irrisolte della politica degli anni settanta.

Sono stati 55 i giorni in cui l’onorevole Aldo Moro fu tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse, organizzazione terroristica italiana di estrema sinistra, nata nelle fabbriche del Nord e, alla fine, sconfitta dal movimento operaio del settentrione, proprio perché non si riconosceva in esse.

Il 16 marzo 1978 Aldo Moro venne rapito in via Fani, mentre la sua scorta fu “annientata”, come avrebbero scritto le stesse BR in uno dei tanti comunicati inviati. Si susseguirono giorni di richieste che, però, non trovarono terreno fertile negli esponenti politici di quel tempo. Come dichiarato da Vittorio Vidotto, professore alla Sapienza di Roma, nel suo saggio Il delitto Moro: “[…] in quei giorni di apprensione a fianco all’ondata di panico del popolo italiano ci fu anche un’altra reazione: in molte scuole superiori delle grandi città i giovani manifestarono il loro entusiasmo per l’azione dei brigatisti”.

Il corpo venne fatto ritrovare sul bagaglio di una Renault 4 rossa, simbolo degli anni di piombo, in via Caetani, pieno centro di Roma. Un punto strategico perché a metà strada tra le sedi di PCI e DC e che sottolinea il gesto di sfida delle BR.

La figura di Aldo Moro ha un posto di rilievo anche nella storia della scuola italiana: oltre ad essere stato un grande politico, nel 1958, durante il suo mandato come ministro dell’Istruzione, fece approvare la prima legge italiana sull’insegnamento dell’Educazione Civica; dieci anni dopo, nel 1968, da Presidente del Consiglio, fece approvare, dopo diverse traversie, la legge per istituire le scuole materne statali.

9 maggio giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi: memoria come presidio democratico e responsabilità educativa

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione delle istituzioni scolastiche, delle comunità educanti e dell’opinione pubblica sul profondo valore civile del Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale e delle stragi di tale matrice, istituito con la legge 4 maggio 2007, n. 56 e celebrato ogni anno il 9 maggio, data simbolicamente legata all’assassinio di Aldo Moro nel 1978.

Secondo i dati raccolti nel volume Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana, promosso dalla Presidenza della Repubblica, le vittime censite del terrorismo e della violenza eversiva in Italia sono 378. Il CNDDU (Coordinamento nazionale dei docenti della disciplina “diritti umani”) ritiene fondamentale che la scuola italiana affronti questa ricorrenza non attraverso ritualità formali o celebrazioni episodiche, ma mediante percorsi interdisciplinari che coinvolgano storia, diritto, educazione civica, filosofia, letteratura e informazione. Gli studenti devono comprendere che il terrorismo nasce sempre dalla negazione della dignità umana, dal rifiuto del pluralismo e dall’illusione di poter imporre con la violenza una verità assoluta.

Il CNDDU propone che il 9 maggio non venga vissuto esclusivamente come una celebrazione rituale, ma si trasformi in una grande esperienza nazionale di memoria partecipata e diffusa. Le scuole italiane potrebbero adottare simbolicamente una vittima del terrorismo, ricostruendone la biografia, il contesto storico, il pensiero, gli ideali, il lavoro e le testimonianze familiari attraverso laboratori digitali, podcast, archivi audiovisivi, mostre interattive e percorsi di storytelling civile realizzati dagli studenti.

Ogni istituto scolastico potrebbe dedicare un’aula, una biblioteca, un giardino o uno spazio simbolico alla memoria di una vittima del terrorismo, creando una “mappa nazionale della memoria democratica” capace di collegare idealmente le scuole del Paese in un unico percorso educativo permanente. Accanto a ciò, il CNDDU propone la realizzazione di un archivio digitale nazionale delle memorie civili scolastiche, accessibile online, nel quale raccogliere elaborati, testimonianze, interviste, documentari e produzioni artistiche degli studenti dedicati alle vittime del terrorismo. Un patrimonio collettivo costruito dalle nuove generazioni per le nuove generazioni.

La memoria, infatti, diventa autenticamente viva soltanto quando i giovani smettono di percepirla come una pagina distante dei manuali e iniziano a riconoscerla come parte della propria identità civile e democratica.

Il CNDDU invita pertanto tutte le istituzioni scolastiche a promuovere momenti di approfondimento, letture pubbliche, incontri con studiosi, magistrati, giornalisti, rappresentanti delle associazioni e familiari delle vittime, affinché il 9 maggio diventi un’autentica occasione di educazione alla legalità costituzionale, alla cittadinanza attiva e alla cultura della pace.

La mafia e la verità scomoda di Peppino Impastato

L’uccisione di Peppino Impastato, giovane giornalista, conduttore radiofonico e attivista siciliano è passata in secondo piano a causa del delitto Moro.

Il giornalista, nato da una famiglia mafiosa, si rifiutò di seguire le orme del padre e degli zii tanto da decidere di andare via di casa e intraprendere un’attività politico-culturale antimafiosa. La decisione di candidarsi alle elezioni comunali nella lista di Democrazia Proletaria non venne vista di buon occhio, tanto che, durante la campagna, la notte del 9 maggio 1978, a Cinisi, in provincia di Palermo, venne assassinato con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Il mandante fu Gaetano Badalamenti che pensò di inscenare un suicidio, provando a rovinare anche l’immagine pubblica della vittima. Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi votarono comunque il nome di Peppino Impastato, riuscendo a eleggerlo simbolicamente al Consiglio comunale.

Fu grazie alla forza e alla determinazione della madre Felicia e del fratello Giovanni che la figura di Peppino non è mai stata abbandonata e che, ancora oggi, è simbolo della lotta alla mafia in Sicilia e nel resto della penisola, con l’ideazione di associazioni, manifestazioni e attività di legalità a scuola in sua memoria.

“Se si insegnasse la bellezza alla gente – ha detto Peppino Impastato – la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. […] È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

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