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29.01.2026

Accorpamenti scolastici, lo scontro si allarga: Regioni contro il Governo tra maxi-istituti e ricorsi al Tar

Reginaldo Palermo

Il tema del dimensionamento della rete scolastica si trasforma sempre più in un conflitto istituzionale nazionale. Da un lato le Regioni che denunciano accorpamenti “forzati”, dall’altro il Ministero dell’Istruzione e del Merito che rivendica il rispetto degli obiettivi del PNRR e delle competenze statali. I casi dell’Emilia-Romagna e della Toscana fotografano un sistema in tensione, dove la riorganizzazione delle scuole si intreccia con diritti, autonomie e assetti democratici.

In Emilia-Romagna la pubblicazione del decreto del commissario ad acta Bruno Di Palma sulla programmazione della rete scolastica per l’anno 2026/2027 ha portato alla riduzione delle autonomie scolastiche da 532 a 515, con il taglio di 17 istituzioni distribuite su tutte le province. Una decisione duramente contestata dal presidente della Regione Michele de Pascale e dall’assessora alla Scuola Isabella Conti, che parlano di una misura “sbagliata, iniqua e unilaterale”, imposta da un Governo che “considera la scuola come un costo da comprimere e non come un investimento strategico”.

Secondo la Regione, l’applicazione rigida del dimensionamento ha prodotto un risultato paradossale: la nascita di maxi-istituti con oltre 1.800 studenti, in molti casi tra i 1.500 e i 2.500 iscritti, numeri che superano ampiamente gli obiettivi dimensionali indicati dal PNRR. Una situazione che rischia di compromettere la qualità dell’offerta formativa, l’inclusione, la sicurezza e la capacità educativa quotidiana delle scuole, soprattutto in territori già complessi dal punto di vista sociale e organizzativo.

“Più accorpamenti significano meno dirigenti, meno segreterie, meno presidio quotidiano – sottolineano de Pascale e Conti –. In alcune province, paradossalmente, a fronte di un aumento degli studenti, il personale complessivo diminuirà”. Forte anche la preoccupazione per il personale ATA: la riduzione di figure amministrative e tecniche, associata alla nascita dei mega-istituti, rischia di rendere problematica la gestione dei plessi e la sicurezza degli edifici scolastici.

Sul fronte toscano, intanto, lo scontro si sposta sul piano giudiziario. Dopo il commissariamento della Regione sul tema del dimensionamento scolastico, il Ministero ha presentato un ricorso al Tar per ottenere l’annullamento della delibera regionale che aveva sospeso in via cautelativa gli accorpamenti. Secondo il dicastero, la sospensione sarebbe illegittima perché interferisce con una competenza esclusiva dello Stato – la determinazione dell’organico dei dirigenti scolastici – e rischia di compromettere il rispetto degli obiettivi e delle scadenze del PNRR, con possibili ripercussioni sui finanziamenti europei.

La Regione Toscana aveva subordinato l’attuazione degli accorpamenti all’esito dei contenziosi davanti alla Corte costituzionale e al Presidente della Repubblica, oltre a una possibile modifica della normativa nazionale. Una scelta che il Ministero contesta duramente, parlando di assenza di “gravi motivi” per la sospensione cautelativa e di uso improprio degli strumenti previsti dalla legge sul procedimento amministrativo.

Per l’assessora toscana all’istruzione Alessandra Nardini, invece, il ricorso al Tar rappresenta “l’ennesima forzatura” e conferma che “l’obiettivo è quello di tagliare”. Secondo la Regione, non c’è stata reale volontà di dialogo e la linea del Governo Meloni sarebbe orientata alla riduzione strutturale della scuola pubblica più che a una sua riorganizzazione sostenibile.

I due casi regionali raccontano un quadro nazionale sempre più teso: da un lato il Governo che punta su una razionalizzazione centralizzata per rispettare gli impegni del PNRR, dall’altro le Regioni che denunciano un modello di efficientamento “cieco”, incapace di tenere conto delle specificità territoriali, delle aree interne, della montagna e delle complessità sociali.

“Una democrazia forte si misura dalla sua capacità di garantire istruzione di qualità”, affermano de Pascale e Conti. “Ridurre le autonomie scolastiche significa indebolire la scuola pubblica e aumentare le disuguaglianze”. Parole che sintetizzano una linea politica sempre più condivisa da diversi territori: difendere l’autonomia scolastica non è solo una battaglia amministrativa, ma una questione di diritti, equità e futuro delle nuove generazioni.

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