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25.10.2025

Adolescenti distratti e inerti? Niente di più sbagliato, lo afferma una ricerca dell’università Cattolica di Milano

Gabriele Ferrante

Molti tra i nostri lettori sessantenni, al tempo della loro adolescenza nei primi anni Settanta del secolo scorso, avranno sicuramente fantasticato con gli amici e compagni di scuola su quale sarebbe stato il loro futuro. All’epoca c’era chi credeva che non avrebbe superato i trent’anni: Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin erano dei ‘modelli’, incarnavano l’idea romantica della rock star, dell’artista maledetto che ‘brucia in fretta piuttosto che spegnersi lentamente’. Ma per fortuna quasi tutti sopravvissero a questa infatuazione adolescenziale…

Oggi le cose sono cambiate, una recente inchiesta del CREMIT, il Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Innovazione e alla Tecnologia dell’Università Cattolica di Milano, in collaborazione con Scuolattiva onlus e il quotidiano Avvenire – che riporta in questi giorni la notizia – rivela che i sogni degli adolescenti di oggi non sono più orientati verso sofferenze e scomparse premature, ma al contrario, decisamente più legati alla gioia di vivere e alle passioni personali.

I circa ottocento ragazzi intervistati, tra i 16 e i 18 anni, sembrano avere le idee chiare: al futuro pensano spesso con un bisogno profondo di stabilità, di autenticità, di legami veri. Ma durante il loro percorso di vita spesso sono costretti a scontrarsi con le richieste e le pressioni di un mondo adulto – genitori e docenti, le due figure di riferimento durante gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza – che troppo spesso non li ascolta, concentrato com’è su se stesso, sordo ai loro desideri e alle loro richieste.

Su questa difficoltà che gli adulti hanno di comprendere le istanze, le esigenze e le passioni di ragazzi e ragazze è intervenuto lo psicoterapeuta Matteo Lancini, che in un’aula dell’Università cattolica di Milano ha incontrato i giovani partecipanti all’indagine. Secondo l’esperto, ai giovani viene chiesto di mettere da parte tutte le loro emozioni, di silenziarle. A scuola e altrove sono valutati solo coi numeri o coi test e si può quasi affermare che siano stati spinti a chiudersi nelle loro camere davanti agli smartphone, per poi sentirsi dire che lo smartphone lo usano troppo e deve essere vietato.

È proprio contro queste lacune e incertezze del mondo adulto, all’educazione ridotta a controllo o legge, che i ragazzi reagiscono con ansia e angoscia. Tuttavia, al tempo stesso – continua Avvenire – a 40 anni si vorrebbero e si vedono complessivamente felici, sul modello dei percorsi intrapresi da quegli stessi adulti che spesso dicono di odiare: laureati ( 77%), con un contratto a tempo indeterminato (il 70%), al lavoro in presenza (oltre il 70%), sposati (il 65%), genitori (ben l’80%, di cui oltre la metà di più figli), possibilmente in una situazione di stabilità, intesa come condizione di conciliazione tra lavoro e famiglia.

Alla domanda «che parola associ al futuro?», le risposte più frequenti sono cambiamento, responsabilità, ambizione, indipendenza economica, ma anche speranza e paura. Le ragazze, più dei ragazzi, hanno avuto o hanno in corso esperienze di volontariato, perlopiù in parrocchie, doposcuola o associazioni sportive. Proprio il volontariato – conclude il quotidiano milanese – sembra agire come una lente positiva: chi si mette al servizio degli altri tende a immaginare il domani in modo più attivo, luminoso. È come se la gratuità restituisse ordine al disordine, un senso all’incertezza, con sullo sfondo, però, la coscienza del limite che abita il nostro tempo, i timori per l’ambiente, per le guerre, per l’instabilità globale, il difficile rapporto con le tecnologie. Un tempo che continua a giudicare gli adolescenti distratti, inerti, e che continua a sbagliare.

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