I ragazzi condividono le stesse preoccupazioni per il futuro, ma non le stesse esperienze di inclusione. Un’indagine su 4.500 studenti di Milano e Genova mostra che i giovani di seconda generazione subiscono più discriminazioni, hanno reti sociali meno ampie e si interessano meno alla politica.
L’inchiesta è stata condotta da Mariapia Mendola, professoressa ordinaria di Economia Politica all’Università di Milano-Bicocca e Sara Giunti, ricercatrice presso il Dipartimento di Economia, Management e Metodi Quantitativi dell’ Università di Milano
«Nessuno è straniero». Lo slogan che ha accompagnato le recenti manifestazioni studentesche, da Milano a Torino, da Genova a Roma, esprime una richiesta che va oltre il diritto allo studio e le risorse per la scuola: essere riconosciuti come parte della società in cui si cresce. Ma quanto conta, nella vita degli adolescenti, avere origini familiari diverse? E frequentare le stesse scuole basta a garantire le stesse opportunità?
Per rispondere a queste domande il gruppo di ricerca ha condotto nel 2023 un’indagine su circa 4.500 studenti tra i 14 e i 18 anni, in 40 scuole superiori di Milano e Genova. Nel campione, rappresentativo delle scuole delle due città, il 7 per cento è nato all’estero da genitori stranieri, mentre il 14 per cento è nato in Italia da genitori stranieri. Il confronto tra questi ragazzi e i coetanei senza background migratorio restituisce l’immagine di una generazione accomunata da molte preoccupazioni, ma attraversata da differenze significative nelle esperienze quotidiane.
La salute propria e dei familiari e il futuro lavorativo preoccupano oltre il 90 per cento degli studenti, senza differenze rilevanti tra i gruppi. Anche la pace, il cambiamento climatico e le disuguaglianze di genere sono temi sentiti da molti adolescenti. Le priorità dei giovani, dunque, non sembrano divise da una linea netta tra chi ha origini italiane e chi proviene da famiglie immigrate.
Alcune differenze emergono, però, quando si guarda più da vicino. I ragazzi di seconda generazione sono maggiormente preoccupati per l’ostilità verso gli stranieri e le minoranze: lo dichiara l’81 per cento, contro il 76 per cento del gruppo di confronto. I coetanei senza background migratorio mostrano invece una sensibilità relativamente maggiore verso l’ambiente e la situazione economica nazionale.
È interessante soprattutto il confronto tra le preoccupazioni per l’economia del paese e quelle per la propria famiglia. La situazione economica nazionale preoccupa il 63 per cento degli studenti di seconda generazione, contro il 72 per cento degli altri ragazzi. Quando si passa alla condizione economica familiare, il rapporto si inverte: la preoccupazione riguarda l’84 per cento dei primi e l’81 per cento dei secondi.
Per i giovani di seconda generazione, quindi, la distanza tra timori per il paese e timori per la famiglia raggiunge 21 punti percentuali, contro i 9 del gruppo di confronto. I dati non permettono di stabilire se la differenza dipenda dalle condizioni materiali, dalle aspettative o dalle prospettive future, ma suggeriscono che la dimensione familiare abbia un peso particolarmente forte nella percezione del proprio futuro.
Le differenze più marcate riguardano, tuttavia, le esperienze di inclusione. Il 65 per cento degli studenti di seconda generazione dichiara di aver subito almeno un episodio discriminatorio, contro il 49 per cento dei coetanei senza background migratorio. Il divario diventa ancora più evidente quando si considerano le discriminazioni legate all’origine, all’etnia o al colore della pelle: ne riferisce il 50 per cento dei ragazzi di seconda generazione, contro il 4 per cento del gruppo di confronto.
Anche le relazioni sociali mostrano una distanza. In media, gli studenti di seconda generazione dichiarano di avere 3,9 amici stretti, contro i 4,5 degli altri ragazzi. E sono meno soddisfatti del quartiere in cui vivono: soltanto il 38 per cento lo apprezza molto, rispetto al 49 per cento del gruppo di confronto.
Sono risultati che invitano a superare un’idea semplicistica dell’integrazione. Nascere in Italia, frequentare le stesse scuole e condividere gli stessi spazi non significa necessariamente vivere le medesime esperienze. L’appartenenza a una comunità si costruisce anche attraverso le relazioni, il riconoscimento reciproco e la possibilità di sentirsi accettati.
Sul ruolo delle istituzioni nella riduzione delle disuguaglianze, le opinioni degli studenti sono in larga misura simili. L’84 per cento dei ragazzi di origine straniera ritiene che lo Stato debba garantire un salario minimo, contro l’88 per cento degli studenti di origine italiana. Il 91 per cento sostiene gli investimenti nelle scuole delle aree svantaggiate, rispetto all’89 per cento degli altri. E l’80 per cento ritiene che le famiglie in difficoltà debbano essere sostenute nell’accesso alla casa, una quota sostanzialmente in linea con quella del gruppo di confronto.
Le differenze diventano più evidenti quando si considera l’interesse per la politica. Si dichiara interessato soltanto il 24 per cento degli studenti di seconda generazione, contro il 40 per cento degli altri.
È possibile che questa distanza sia legata anche alla percezione di poter incidere sulle decisioni collettive e di essere riconosciuti come membri della comunità. L’indagine, tuttavia, non misura direttamente la fiducia nelle istituzioni o il senso di rappresentanza politica e non consente di verificare questa ipotesi.
Un dato aiuta comunque a inquadrare la questione: tra i ragazzi di seconda generazione nati in Italia, soltanto il 55 per cento possiede la cittadinanza italiana, che rappresenta un requisito fondamentale per partecipare alla vita politica nazionale. La distanza tra appartenenza sociale e riconoscimento giuridico riguarda quindi una parte consistente di giovani cresciuti nel paese. Anche la rappresentanza istituzionale resta limitata: secondo l’Anagrafe degli amministratori locali e regionali, nel 2025 meno del 2 per cento degli amministratori locali era nato all’estero.
I risultati – sottolineano le due ricercatrici – vanno letti con cautela. Le differenze osservate non possono essere attribuite esclusivamente alle origini familiari: incidono anche le condizioni socioeconomiche e i contesti di vita. Tra gli studenti di seconda generazione, per esempio, il 28 per cento delle madri e il 27 per cento dei padri ha un titolo di studio superiore al diploma, contro rispettivamente il 40 e il 32 per cento tra i nativi. Inoltre, l’indagine riguarda due città del Nord e non rappresenta l’intera popolazione adolescenziale italiana.
Resta però una questione centrale. Nel dibattito sull’integrazione si guarda spesso alla conoscenza della lingua, ai risultati scolastici e all’ingresso nel mercato del lavoro. Sono aspetti fondamentali, ma non sufficienti. L’inclusione significa anche poter costruire relazioni, non subire discriminazioni, partecipare alle decisioni e avere voce nella società.
La scuola è uno spazio decisivo per favorire l’incontro tra ragazzi con storie diverse, ma la convivenza quotidiana non basta, da sola, a cancellare pregiudizi e disuguaglianze. Servono condizioni che permettano a tutti di sentirsi parte della comunità e di contribuire alla sua vita collettiva.
In un paese che invecchia, valorizzare le nuove generazioni è una necessità sociale ed economica. La domanda, allora, non è soltanto quanti giovani di origine straniera vivano in Italia o quanti abbiano ottenuto la cittadinanza. È se il paese sappia offrire loro le stesse possibilità di partecipare, essere ascoltati e costruire il futuro. Perché sentirsi a casa non dipende soltanto dal luogo in cui si nasce o si cresce, ma anche dallo spazio che la società riconosce a ciascuno.