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27.10.2026
Aggiornato alle 17:26

«Sono fatto così»: e se fosse proprio questa convinzione a impedirci di cambiare?

Cambiamo lavoro e, dopo qualche mese, ritroviamo le stesse difficoltà con persone diverse. Cambiano le circostanze, cambiano i protagonisti, eppure qualcosa sembra rimanere identico. Cerchiamo una spiegazione e talvolta arriviamo a quella che sembra definitiva: «Sono fatto così».

La sentiamo anche nelle aule: «Non sono portato per la matematica», «Io non riesco a parlare davanti agli altri». Il voto di un’interrogazione, una risposta mancata, un esercizio sbagliato sono fatti circoscritti. Quando diventano «Io sono così», qualcosa cambia: non descriviamo più soltanto ciò che è accaduto, ma chi pensiamo di essere. Un comportamento diventa identità, un’abitudine diventa carattere.

Sono un ingegnere e per oltre venticinque anni ho lavorato tra cantieri e organizzazioni, dove comprendere ciò che accade significa cercarne i meccanismi. Una crepa in una parete è un segnale: possiamo misurarla, classificarla e intervenire fino a farla scomparire. Se ritorna, forse abbiamo modificato ciò che vedevamo senza intervenire sulle condizioni che continuano a produrla.
Quando ho iniziato a studiare il comportamento umano e la Programmazione Neuro-Linguistica, ho ritrovato quella stessa esigenza: non fermarmi alla reazione, ma comprenderne il processo. Una persona, naturalmente, non è un edificio. Ed è proprio per questo che osservare senza attribuire spiegazioni premature diventa ancora più importante.

Nel percorso che propongo utilizzo una sequenza per descrivere alcune risposte abituali: esperienza, traccia, schema, automatismo. Viviamo qualcosa e ne conserviamo una rappresentazione: percezioni, significati attribuiti e stato vissuto. Esperienze successive possono consolidare schemi ricorrenti. Continuiamo così a utilizzare una strategia anche quando non produce più il risultato per il quale l’avevamo appresa. Non necessariamente perché sia la migliore. Perché è diventata familiare.
Pensiamo a una situazione comune. Inviamo un messaggio a una persona importante e non riceviamo risposta. «Forse non gli interessa». «Forse ho scritto qualcosa di sbagliato». Il fatto è rimasto lo stesso: il messaggio è ancora senza risposta. Ma mentre attribuiamo un significato a quel silenzio possono cambiare il nostro stato, l’attenzione e ciò che decidiamo di fare. Il giorno dopo potremmo scoprire che quella persona aveva il telefono spento. Una cosa è rispondere a ciò che accade, un’altra al significato che gli abbiamo attribuito.

In classe può succedere qualcosa di analogo. Uno studente abbassa lo sguardo quando gli viene chiesta una risposta. Non sa? È distratto? Sta cercando le parole? Il gesto lo abbiamo visto. La spiegazione, per ora, la stiamo formulando noi. E se interveniamo sulla nostra interpretazione anziché su ciò che accade, rischiamo di non comprendere che cosa gli serve davvero.

Torniamo alla frase da cui siamo partiti: «Sono fatto così».
Ora pensa a qualcosa che continui a fare, anche quando il risultato non è quello che desideri. Forse ti dici che reagisci sempre allo stesso modo, che non riesci a cambiare.
Sempre?
Ripensa a una situazione nella quale, anche una sola volta, hai risposto diversamente. Dove ti trovavi? Che cosa stavi facendo? Che cosa ti sei detto in quel momento?

E mentre recuperi quell’esperienza, puoi cominciare a riconoscere qualcosa che la tua prima affermazione aveva lasciato fuori: almeno una volta hai già avuto a disposizione una risposta diversa.
Ora torna a «Sono fatto così» e prova a sostituirla con «Finora ho imparato a fare così».
La tua storia non è cambiata. Ma ciò che prima sembrava descrivere chi sei può cominciare a raccontare una strategia che hai imparato.

E se hai già risposto diversamente almeno una volta, che cosa potresti recuperare da quell’esperienza per affrontare la prossima situazione?
E proprio come una piccola crepa può lasciar filtrare la luce, una distinzione può aprire possibilità che non avevamo ancora considerato. Forse un giorno riconosceremo che tutto è cominciato quando abbiamo smesso di chiamare inevitabile ciò che avevamo soltanto imparato a ripetere.

Giovanni Ceroni

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