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24.10.2025

Alunni con comportamenti difficili: bisogna superare il “patologismo” per una vera inclusione

Monica Piolanti

I recenti episodi di cronaca, che hanno riportato l’attenzione mediatica su fenomeni di aggressione, disagio e dispersione, confermano che il problema dei comportamenti difficili in aula non è un’emergenza isolata, ma il sintomo di una profonda crisi sistemica.

Viviamo in un mondo in incessante e rapidissima trasformazione, un universo totalizzante di tecnologia e complessità, che impone a tutti – adulti e ragazzi – la necessità di acquisire competenze sempre più elevate per esercitare appieno il proprio ruolo di cittadini. Questo scenario globale genera inevitabilmente un senso di sconcerto e profonde conseguenze sociali ed educative.

Il malessere fra i banchi

La scuola si confronta con allievi che portano in classe un “malessere” profondo e spesso non verbalizzato, frutto di una “cattiva educazione emergenziale” con radici extra-scolastiche.
Le conseguenze si manifestano attraverso comportamenti difficili e un’agitazione che, se non adeguatamente intercettata, può travolgere la quotidianità. È cruciale distinguere: quando affrontiamo i comportamenti diffusi a scuola, non stiamo necessariamente parlando di disabilità o deficit conclamati.

La maggior parte degli alunni problematici non presenta certificazioni mediche, eppure mette in atto condotte che compromettono l’esperienza educativa. Questi sono minori che, per condizioni esogene, non riescono ad adattarsi ai contesti strutturati. Il loro atteggiamento provocatorio non ha origine in una patologia “ancora scoperta” né richiede una cura specialistica in senso stretto.

Dobbiamo superare la concezione che ogni atteggiamento problematico sia patologico. La tendenza al “patologismo”, ovvero l’affidamento immediato allo specialista, rischia di deresponsabilizzare docenti e dirigenti, ignorando la mancanza di visione pedagogica.
Per agire, è indispensabile conoscere bene gli allievi. I comportamenti problematici possono essere distinti in tre fasce di gravità – lieve (es. deconcentrarsi), moderato (es. rispondere a tono, sfidare), e grave (es. minacciare, picchiare) – che richiedono interventi diversificati.

La capacità ermeneutica dei docenti

La chiave di volta è l’acquisizione della capacità ermeneutica dell’insegnante: l’abilità di interpretare costantemente le ragioni profonde dei comportamenti, non soccombendo ai preconcetti. L’allievo irruento rischia l’etichettamento negativo e, se non intercettato con accortezze educative, rischia di assumere tale identità. Il bambino propenso al sotterfugio e alla manipolazione utilizza queste condotte come strategia appresa in contesti non aperti. Il compito è duplice: interpretare la finalità e lavorare per rendere gli atteggiamenti costruttivi e pro-sociali. Un malessere profondo ricade su quattro fattori interconnessi: ambientali (povertà educativa), personali (regolazione emotiva), familiari (modelli educativi) e scolastici (didattica).

Le radici affondano nella crisi della famiglia contemporanea, minacciata dal proprio interesse individuale dei genitori. Questa instabilità si traduce in fattori critici: evanescenza nella presenza adulta e confusione nelle norme familiari. A ciò si aggiungono labilità nei controlli e una disciplina rigida o fiacca, basata sull’emotività. Troppe volte, i genitori tendono ad assecondare il figlio per evitare il “contenzioso educativo faticoso”, abituando i bambini a pretendere per ottenere. La scuola, pur accogliendo la diversità, è pesantemente condizionata dai contesti ambientali di vita e dalle sofferenze personali degli allievi.
Di fronte a questa complessità, scuola e famiglia devono concorrere nella creazione di condizioni adatte, attraverso un’azione educativa e didattica condivisa. Per superare lo scenario in cui “si lavora male”, gli insegnanti devono trasformarsi in un corpo unico e coerente.

Il team dei docenti

La risposta non può essere isolata. È fondamentale che il gruppo docente trovi una unitarietà di intenti forte e coesa. Dove si “lavora male”, gli insegnanti sono “monadi isolate”, senza armonia nelle procedure. Viceversa, un team docente unito si presenta come un corpo unico, offrendo chiarezza e visione condivisa dei problemi. La scuola che “lavora bene” investe nel rinnovamento metodologico e nell’accoglienza della diversità. Significa abbandonare il “si è fatto sempre così” e aggiornare le competenze.
La strategia positiva è tracciare linee dirette di una gestione della classe efficace per raggiungere risultati per tutti. Non è più possibile trattare gli allievi in modo omogeneo; l’uso delle nuove tecnologie è essenziale per differenziare i percorsi. È fondamentale che docenti e dirigenti assumano la piena consapevolezza che moltissimi bambini potrebbero riuscire a uscire con una buona preparazione se affrontati con un’attenzione educativa mirata. È tempo di un cambio di passo.
Un imperativo che richiede una leadership chiara: il Dirigente Scolastico ha la responsabilità strategica di orchestrare questa unitarietà, trasformando la riflessione in prassi e riscoprendo il valore di una pedagogia attenta, inclusiva e competente per creare un ambiente educativo volto all’apprendimento per tutti e per ciascuno in aula.

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