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Anche i precari della scuola tra i nuovi “poveri in giacca e cravatta”

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Anche i precari, soprattutto i più giovani, figurano nella lista della borghesia italiana, del ceto medio, che non ce la fa ad arrivare a fine mese: sono ormai catalogati tra i 7 milioni e mezzo di dipendenti o ex dipendenti definiti i nuovi "poveri in giacca e cravatta". Quelli che quando sono a corto di soldi e di viveri si possono trovare , accanto a indigenti ed emarginati, a fare la file alle mense gratuite gestite da associazioni e enti.
A ella luce del periodo di recessione che stiamo vivendo il loro numero è destinato ad aumentare. Con un sostanzioso contributo che verrà dato dalla scuola. Se la “mannaia” del Governo dovesse tradursi nella realtà così come prospettata nell’ultima Finanziaria, nel prossimo triennio tra docenti e Ata spariranno più di 140.000 posti: una parte sarà assorbita dai pensionamenti, un’altra dalle concertazioni dei sindacati (quest’anno dopo estenuanti incontri sono dirottati sull’organico di fatto 5.000 posti con buone possibilità di salvarli quasi tutti), altri ancora potrebbero essere rimessi in gioco dalle sentenze dei giudici (a seguito dei ricorsi di incostituzionalità e dei vizi normativi che hanno ipotizzato associazioni e sindacati). In ogni caso per alcune decine di migliaia (già dal prossimo 1° settembre sembra per 20.000 attuali supplenti annuali) non ci sarà scampo: per loro sono attesi da anni di sofferenze, con prospettive serie di disoccupazione e nella migliore delle ipotesi di supplenze brevi. Affiancandosi così, di fatto, alla lista dei “poveri borghesi”: quella dove oggi primeggiano gli anziani che dopo una vita di lavoro vivono con una pensione inadeguata, i divorziati con figli e una buona parte di quelle famiglie che si concedono il “lusso” di non fermarsi al figlio unico.
Secondo Claudio Giustozzi, segretario nazionale dell’Associazione "Giuseppe Dossetti”, intervenuto al convegno P.a.n. II, Prevenzione, alimentazione, Nutrizione "Alimentazione e recessione”, concluso il 3 maggio a Roma, presso Palazzo Marina, “la nostra società è stata definita "la società dei tre terzi": un terzo degli italiani appare garantito, un terzo vive in una ristrettezza economica e un terzo è rappresentato da quella fascia di società di ceto medio che vive ormai di precarietà.
Una condizione, quest’ultima, di cui anche la gente comune comincia a rendersi conto: i dati di aprile della Consumer Confidence Survey, la ricerca semestrale Nielsen che analizza il comportamento e le maggiori preoccupazione dei consumatori, ci dicono che il 91% degli italiani riconosce la situazione economica del Paese come recessiva. Del resto nell’ultimo anno le condizioni delle famiglie sono peggiorate: nel 2008 il 21,2% delle famiglie è in arretrato con le bollette; il 18,6% non è riuscito a scaldare la casa come avrebbe voluto; il 38,4% non ha potuto affrontare una spesa imprevista e il 18,6% non ha avuto soldi per le spese mediche. Ciò è dovuto al fatto che metà delle famiglie italiane vive con meno di 1.850 euro al mese, un reddito con il quale bisogna far quadrare le spese previste. A complicare le cose sono le spese inattese che investono il 47% delle famiglie numerose e il 38% di tutti i nuclei familiari.
A fronte di questo quadro la maggiore preoccupazione è lo stato dell’economia (24%); ma al secondo posto figura il posto di lavoro (20%). Il consumatore taglia così sull’acquisto di abbigliamento (72%), sui consumi fuori casa (65%), sulle vacanze (50%) e rimanda l’acquisto di beni durevoli e semidurevoli. E sempre più persone cominciano a fare economia sugli alimenti. Frequentando i discount (uno dei pochi comparti evidentemente in ascesa), ma mettendo in crisi l’equilibrio fisico: spazio ad alimenti
spazzatura ipercalorici e iperproteici che abbinati a stili di vita sbagliati e alla sedentarietà fanno crescere il numero delle persone in soprappeso e obese.
In Italia il problema del sovrappeso riguarda il 42,5% dei maschi adulti, mentre il 10,5% sono obesi; le donne obese, sono il 9,1% e quelle in sovrappeso il 26,6%. A preoccupare di più sono i chili di troppo tra i giovani (ne è coinvolto un ragazzo su tre) e l’obesità infantile, che si attesta al 4% di media. E le previsioni non confortano: nel 2025 l’obesità infantile nel nostro paese potrebbe arrivare al 12,2%.
Anche per evitare la realizzazione di una prospettiva così catastrofica da alcuni giorni la Bin-Italia, l’associazione italiana per il reddito garantito ‘Basic income network’, ha avviato una petizione on line per l’introduzione anche nel nostro Paese, come già accade in alcuni Stati, di un reddito garantito: per introdurre il nuovo modello sociale l’associazione si rivolge in particolare "ai candidati e alle candidate delle elezioni europee 2009 ed a coloro che saranno eletti al Parlamento europeo".
L’obiettivo dei promotori della campagna per la raccolta di firme – tra cui figurano le associazioni Progetto Diritti, Antigone, Cilap-Eapn, Giuristi Democratici, Udu-Napoli, BioS Milano, Lunaria, Magistratura Democratica e Sbilanciamoci – è sollecitare un impegno concreto, in vista delle prossime elezioni europee, che permetta l’Italia di avvicinarsi "agli Stati europei – si legge nell’appello pubblico – che si sono dotati di misure di sostegno del reddito per tutti i cittadini non in possesso di risorse adeguate a condurre una vita dignitosa. Chiediamo dunque – continua il testo intitolato ‘Per un reddito garantito in Europa’ – una pubblica presa di posizione in merito a questo impegno da parte dei candidati alle elezioni europee 2009, ed una maggiore interlocuzione con la società civile, scientifica ed accademica per giungere, già a partire dal 2010, anno di lotta alla povertà in Europa, ad istituire una misura universale di reddito garantito europeo".