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AND, no alla videosorveglianza nelle scuole

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Abbiamo ascoltato il prof. Francesco Greco, Presidente dell’Associazione Nazionale Docenti, riguardo una nota di AND sul problema della videosorveglianza nelle scuole.

Nota di AND sulla videosorveglianza nelle scuole

Una misura demagogica che annichilisce e mortifica il lavoro degli insegnanti

Preoccupa il procedere, senza ostacoli, dell’iter di approvazione del disegno di legge, nato da un’iniziativa della deputata di Forza Italia, Annagrazia Calabria, approvato dalla Camera dei deputati nell’ottobre scorso e ora all’esame della commissione Affari costituzionali del Senato, che prevede l’utilizzo dei sistemi di videosorveglianza a circuito chiuso in asili, scuole dell’infanzia oltre che in strutture socio sanitarie per anziani.

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Il testo prevede che i dati raccolti possano essere utilizzati da polizia giudiziaria e pubblico ministero per perseguire eventuali reati. Il provvedimento punta anche a disciplinare la valutazione psico-attitudinale e la formazione del personale, attraverso un successivo decreto legislativo. Secondo la proposta in discussione, le immagini dovranno essere criptate e conservate per sei mesi dalla data di registrazione in un server dedicato, appositamente installato nelle strutture scolastiche, tutto ciò al fine di prevenire e contrastare episodi di maltrattamento ed abusi in danno dei minori negli asili e nelle scuole dell’infanzia, cui negli ultimi tempi viene dato particolare risalto dai media.

Nelle more, sono già diverse le amministrazioni locali che stanno procedendo autonomamente all’adozione di tale stringente ed invadente strumento di controllo, quale risposta alle richieste di alcuni settori sociali, supportate da massicce campagne mediatiche, le quali, sui singoli episodi di maltrattamenti, senza dubbio deprecabili, ottengono facile audience.  Ciò che preoccupa, evidentemente, non è tanto la necessità, pure condivisa, di predisporre ogni forma di tutela possibile dei minori, garantendo che il loro sviluppo psico – fisico non sia minimamente turbato da condotte illecite o inopportune o inique, ma il sistema scelto, una tipica misura di polizia come se le scuole italiane fossero degli ambienti a rischio e, dunque, da sorvegliare, ma anche un modo irresponsabile di evitare di affrontare i problemi alla radice.

Ancor più preoccupa, il fatto che non interessi a nessuno quanto una misura di controllo, quale quella delle telecamere sul posto di lavoro, si traduca in una limitazione delle libertà personali dei soggetti coinvolti, a cominciare dai docenti e finendo agli allievi, sia pure in età infantile e pre scolare.  Questa era una delle ragioni per cui fino a qualche tempo fa il Garante della privacy si era più volte espresso in senso negativo su tale forma di sorveglianza, evidenziando come tale sistema “eccessivo di cautela” incidesse negativamente, da un lato, sulla libertà di insegnamento, e dall’altro, sulla spontaneità del comportamento degli allievi, alterando l’equilibrio del rapporto con il docente e, quel che più è grave, ingenerando  nel minore il convincimento che è normale essere continuamente sorvegliati.

Un metodo demagogico e un potente strumento di controllo per creare sudditi al posto di cittadini liberi e consapevoli!

Anche la giurisprudenza, più volte espressasi su casistica di tale genere, aveva evidenziato come un controllo tecnologico, per le sue caratteristiche (distanza e continuità nel tempo), fosse idoneo a ledere la dignità e la libertà del lavoratore, facendolo vivere in una condizione di stress costante.

In effetti, a ben vedere, l’installazione delle telecamere nelle scuole, appare uno strumento idoneo a condizionare le condotte lecite, più che a reprimere quelle illecite, atteso che un docente che voglia maltrattare un allievo è sempre nella possibilità di farlo in quelle aree della scuola lontane dalle riprese video. Non solo, ma qualora vi fosse un abuso, una ripresa video effettuata a scuola, porrà sempre un problema di integrità e non corruzione del dato informatico acquisito, e difficilmente potrà comprovare una responsabilità penale o supportare una condanna!

Per tali motivi, limitarsi a soluzioni improvvisate per assecondare i sentimenti popolari di rabbia, paura, vendetta ed ogni altra aspettativa irragionevole, genererà forse consenso politico, ma è da ritenere una scelta di corto respiro.

Bisognerebbe cominciare a chiedersi che società vogliamo consegnare alle nuove generazioni, se una società fondata sulla sfiducia, sul controllo, sul giustizialismo, sulle sopraffazioni o una società democratica, fondata sul rispetto, sulle garanzie, sulla libertà, sui diritti civili e sociali, ormai sempre più ridotti.   

Crediamo in uno Stato di diritto ben lontano dalle misure di polizia contro le maestre d’asilo, e ci opponiamo a tale involuzione antidemocratica della scuola.

Ai promotori ed ai sostenitori di siffatto provvedimento legislativo, è il caso di rammentare che per ottenere migliori prestazioni lavorative bisogna migliorare le condizioni di lavoro del personale e non asservire o mortificare la dignità dei lavoratori!

La categoria delle docenti d’infanzia sopporta un orario di lavoro logorante che si svolge in classi pollaio, in condizioni ambientali spesso sfavorevoli (aule fatiscenti, prive di strumentazione, ed inidonee alla permanenza dei piccoli allievi per tante ore al giorno) con uno stipendio esiguo e con sforzi eroici.

Predisporre ogni misura necessaria a supportare l’opera pedagogica degli insegnanti dovrebbe essere la vera prerogativa del governo, occorrono misure a favore e non contro. Le soluzioni populiste non servono, la politica faccia un passo indietro, l’insegnamento sia e rimanga libero dalle ideologie.

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