Ho letto con interesse l’intervento di Andrea Gavosto su La Stampa del 13/07/2015, in cui sottolinea «le crepe che di
anno in anno si allargano nella scuola primaria», evocando dati Invalsi preoccupanti e richiamando alcune delle criticità
strutturali del nostro sistema scolastico: la scarsa attrattività della professione docente, la rigidità dei percorsi di studio,
l’insufficiente formazione didattica degli insegnanti e l’antica ossessione per voti e sanzioni. Sono osservazioni che
meritano attenzione e confronto. Ma da insegnante di scuola primaria, desidero proporre uno sguardo dall’interno,
quotidiano, meno citato, ma decisivo.
C’è una storia della scuola primaria italiana che rischia di andare perduta o, peggio, fraintesa. Mi riferisco, in particolare,
a una delle sue cifre distintive: la compresenza dei docenti, ovvero la possibilità che due insegnanti fossero presenti
contemporaneamente in classe, con funzioni complementari. Non si trattava, come superficialmente si è detto anche in
certi dibattiti televisivi, di un docente che spiegava mentre l’altro “passeggiava nei corridoi”. Al contrario, le compresenze
permettevano di dividere la classe in gruppi, di svolgere attività laboratoriali, di intervenire con maggiore efficacia in
situazioni delicate, di differenziare l’insegnamento e valorizzare le competenze di ciascun docente. Era un modello che
dava forza all’inclusione e all’efficacia didattica. Un punto d’eccellenza, al punto che, come ricordò lo stesso Ministro
Tremonti nel 2008, “avevamo la scuola primaria migliore”, ma che, di fronte alla crisi economica e alla necessità di
contenere la spesa pubblica, non potevamo più permetterci. Così, con la riforma Gelmini, le compresenze vennero
drasticamente ridotte e trasformate in ore da destinare principalmente alla copertura delle assenze, snaturandone la
funzione educativa.
Oggi le risorse del PNRR sono arrivate, ed è giusto riconoscerlo, ma molte scelte organizzative operate negli anni passati continuano a incidere sulla qualità dell’insegnamento. Ne è un esempio il turnover costante del personale docente a tempo determinato, che si registra ogni anno in molte scuole, soprattutto in quelle di aree ad alta complessità.
Il problema non è solo la presenza di supplenti, necessaria e regolata, ma la continua interruzione della continuità didattica, che rende difficile la costruzione di relazioni educative stabili e incide, inevitabilmente, sugli apprendimenti.
La questione, dunque, non può essere ridotta a un problema di “preparazione” degli insegnanti, come spesso si legge.
Esiste una professionalità silenziosa, diffusa, che ogni giorno si confronta con classi complesse, famiglie fragili, bisogni
educativi molteplici, e che fa scuola nonostante i limiti del sistema.
Sì, abbiamo bisogno di formazione didattica, di selezione seria, di strumenti migliori. Ma abbiamo anche bisogno che venga riconosciuto il valore di ciò che già esiste e resiste: una scuola primaria che, pur con meno mezzi, continua a dare il massimo, in modo capillare, silenzioso e civile.
Una scuola che non può essere descritta solo con le cifre dei test o le semplificazioni dei dibattiti, ma ascoltata e coinvolta in ogni serio progetto di miglioramento.
Bartolomeo Manno