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Ata-Itp ex enti locali: una storia infinita

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Causa patrocinio non bona, peior erit (Ovidio, Tristia).

Pezo el tacòn del buso (proverbio dialettale).

Sono trascorsi quasi diciannove anni dalla mattina o pomeriggio di quel giorno da cani: il giorno del transito forzato dei lavoratori della Scuola ATA e ITP dall’ente locale alla soglia ministeriale.

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La schiusa di quell’uovo velenoso, avvenuta nell’anno 2000, era stata preceduta da una lunga e sordida cova. Prima e dopo quel giorno (si erano) si sono succeduti tutti i governi possibili e impossibili, “amici” e nemici, e tutti hanno calpestato i nostri diritti e la nostra dignità, con la diligente collaborazione di chi doveva tutelarci.

E’ sorprendente che dopo diciannove anni di impudente esercizio patafisico della giurisprudenza, finalmente, in alcune definitive e autorevoli relazioni dello stato e della realtà dei fatti, appare in tutta la sua insostenibile semplicità il nodulo, il ganglio fondamentale della sterminata rete di scempiaggini, bassezze, imbecillità ordita e tessuta da politicanti gaudenti, sindacanti della forca, giudicanti di alte e basse corti, giornalanti della siesta, presidenti e presidianti, ecc.

Il problema era ed è lo stipendio accessorio, diverso da ente locale a ente locale, variabile di anno in anno, per il quale si doveva applicare una temporizzazione ad personam, magari mediata dall’anno della sua introduzione ad integrazione della temporizzazione dello stipendio di anzianità.

Tutto molto complicato ma immediatamente semplificabile temporizzando per tutti l’effettiva anzianità di servizio (per intenderci tutti gli anni di lavoro compresi gli eventuali anni di pre-ruolo), senza riferimento allo stipendio accessorio.

“Troppo giusto” diceva un vecchio bontempone. E’ stato temporizzato solo lo stipendio di anzianità, fermo all’anno 1988, scomparso il riferimento e il computo dello stipendio accessorio e della sua ragion d’essere: il sostituto della progressività dello stipendio di anzianità.

Non voglio ripetere il lungo e tristo elenco di atti esecrabili noti a tutti noi succedutisi fino ai giorni nostri, ma alcuni velenosi e rabbiosi commenti devono essere fatti.

L’atto di “manovalanza” più vile e più basso (anche in senso fisico) del repertorio politico-burocratico è griffato santanchè, l’esperta in diteggiature con chiroteca, l’etèra dell’arcoreta gaudens, del ragionier treconti, della “benignamente” di schifiltà vestuta donna letizia ancorchè dama del miur.

Atti di ostinata reticenza, di eloquente incompetenza, di insolente giurisprudenza, furono le sentenze dei cortigiani della “costituzione” alieni da ogni resipiscenza e supini attuatori delle istanze della torva avvocatura di stato.

Il verbo “acculare” (con tutti i significati riportati dal vocabolario Treccani) è perfettamente idoneo a definire la particolare “ ragion pratica” della sindacaglia-scuola accreditata (e più in generale del pubblico impiego) facile alle grandi firme e alle letterine vibranti di cortese indignazione alla cortese attenzione dei tenutari dei “gabinetti” ministeriali. Acculare è verbo transitivo, ma per i tribuni sindacanti è stato ed è un verbo riflessivo: accularsi ai suddetti gabinetti sia come carrette da tirare, sia come bovini da tiro, di se stessi, secondo circostanza e/o secondo vertenza.

L’unica certezza contrattuale e stipendiale che i lavoratori pubblici degli enti locali avevano prima dell’anno 1988 era la progressività retributiva parametrale (gli scatti di anzianità, per intenderci, come per gli statali) demenzialmente barattata dalla sindacaglia-scuola, con i gestori del personale degli enti provincia, per un avveniristico sistema “meritocratico” fondato sulle parole sonanti produttività, progettualità, inventività, incentività, pardon, incentivazione.

Ricordo un funzionario dell’Ente Provincia di Milano, tale Brusa, in trasferta predicatoria al Liceo Scientifico di Legnano, dare in smanie come un predicatore quaresimale con il sostegno dell’asineria sindacante in fregola contrattuale. Sappiamo come è finita: la sub-burocrazia sub-locale non è stata in grado di gestire l’”avveniristica riforma”. I soldi venivano, quindi, elargiti a pioggia “a prescindere”, essendo la qualifica e il computo delle assenze gli unici criteri valutativi. Una specie di beneficenza annonaria semestrale in sostituzione di una seria e soprattutto giuridicamente definita progressione di carriera per anzianità.

Abbiamo visto la genìa dei sindacanti-scuola (e del pubblico impiego) in perniciosa complementarità con la schiatta (copiosa) dei ministri della pubblica istruzione dal tempo dei fioroni al tempo dei profumi e oltre. Costoro hanno “governato” il nostro sistema scolastico con sconfortante mediocrità e con punte di penosa sciatteria e incredibile non-istruzione: le agende omaggio di donna Letizia, il tunnel dei neutrini e le pillole di cultura della fata Gelmina ( da non confondersi con i panini alla cultura del rag Treconti), ecc.

Unico brevissimo lampo di luce, nell’opprimente grigiore, ai tormentati inizi di questa grigia vicenda, la nomina a ministro dell’Istruzione di un grande italiano: Tullio De Mauro. Se la memoria non m’inganna, aveva programmato incontri dedicati alla questione ATA ITP ex enti locali. Questione che, nei lugubri gabinetti ministeriali, era già stata condizionata per la nostra rovina. Era il periodo dall’aprile 2000 a giugno 2001 e mancò il tempo: arrivò l’arcoreta gaudens con dame Letizia (e altre “dames”) e la Scuola ha continuato la sua triste vita di periferia istituzionale.

Fortunatamente le eccellenze (locali) nella Scuola Italiana non mancano, il merito è esclusivamente, dico esclusivamente, dei loro titolari che, oltre a esercitare competenza e creatività, hanno dovuto e devono confrontarsi con le ottuse volubilità ministeriali.

Ma torniamo ai sindacanti-scuola e ai loro tavolacci della contraffazione.

Tutto è iniziato, spiace dirlo, all’italiana, tra un calar di braghe e un sonar di trombe. Prima si procurano il danno, non si capisce se per incredibile stupidità o per vergognoso calcolo.

Quindi le avvocature al seguito partono zoccolando alla Sancho Panza con manipoli di lavoratori incazzati, la tromba della vittoria suona più e più volte, si preannuncia colpo grosso al MIUR. Ma poco prima che le sedi sindacali potessero diventare dei vittoriali a imperitura memoria, il nano dai tacchi invisibili tromba (con sordina) tutti quanti con un atto osceno “legislativo” premeditando l’annullamento retroattivo di tutte le sentenze non passate in giudicato (sicuramente le “aderenze” alla suprema corte che ci ha poi seppelliti erano già striscianti).

La genìa dei sindacanti-scuola (e del pubblico impiego) con i loro solerti avvocati non avevano e, di seguito non hanno, mai pensato di preparare un piano B da attuare nella contrattazione o concertazione che dir si voglia.

Eppure il nodulo, il ganglio fondamentale sul quale la nostra vicenda si è aggrovigliata e cresciuta come una neoplasia era ben noto ai sindacanti-scuola, a loro, primi agenti cancerogeni contro i nostri diritti e ancor peggio cerusici curanti che nascondono la malattia. Dal delirio della vittoria sono passati repentinamente alla vile resa incondizionata (per noi). Una resa umiliante, per noi, passata completamente inosservata da parte degli altri lavoratori della scuola e del pubblico impiego (già per loro natura poco solidali e dignitosamente indifferenti) pur lavorando con loro a contatto di gomito e a volte di palle.

Noi lavoratori ATA ITP ex ENTI LOCALI mai citati nelle assemblee, cancellati da ogni contrattazione e/o concertazione, rimossi come si rimuovono le salme rinsecchite dai loculi murali per effetto della decadenza della concessione municipale. Presenze imbarazzanti da nascondere.

Noi lavoratori ATA ITP ex ENTI LOCALI non reclamiamo privilegi, ma equità ed eguaglianza con gli altri lavoratori della scuola. Se non si vuole parificare i nostri stipendi (e le nostre pensioni) agli stipendi (e alle pensioni) degli altri lavoratori della Scuola, allora si parifichino gli stipendi (e le pensioni) di costoro ai nostri.

Consiglio a tutta la lumacosa sinadcaglia-scuola accreditata, gilda compresa (non è la figlia di Rigoletto), a non occuparsi di diritti, ma di privilegi e di altre bolzonaglie di poco conto.

Punica fides.

Antonio Petazzi

Comitato Nazionale Ata-itp ex enti locali

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