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Attività opzionali: una novità, anzi no

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“L’orario annuale delle lezioni nei percorsi liceali è articolato in attività e insegnamenti obbligatori per tutti gli studenti, attività e insegnamenti obbligatori di indirizzo, attività e insegnamenti obbligatori a scelta dello studente e attività e insegnamenti facoltativi”
E ancora: “Al fine di realizzare la personalizzazione del piano di studi sono organizzati, attraverso il piano dell’offerta formativa e tenendo conto delle richieste delle famiglie e degli studenti, attività ed insegnamenti, coerenti con il profilo educativo, culturale e  professionale”.
I due passaggi citati potrebbe essere contenuti in uno dei prossimi provvedimenti attuativi del Piano “Buona Scuola”: da diversi giorni, infatti, si sta parlando, con sempre maggiore insistenza, della possibilità per gli studenti di costruirsi un proprio percorso di studi personalizzato.
Il commento quasi generalizzato è che questa “novità” potrebbe davvero servire a migliorare la qualità dell’insegnamento nella secondaria di secondo grado e anche le competenze degli studenti.
Ma si tratta proprio di una novità?
A dire il vero proprio per nulla, tanto che i due passaggi proposti sono già contenuti nell’ articolo 3 del decreto legislativo226/ 2005 emanato in attuazione della legge 53/2003.
La novità, insomma, risale a una decina di anni fa e stava già scritta nella legge Moratti. Ma la disposizione è stata abrogata dal DPR 89/2010 e quindi i percorsi “opzionali” ne sono usciti molto ridimensionati.
D’altronde, all’epoca della Moratti, la “novità” era stata contrastata non poco nelle scuole; c’era anzi chi sosteneva che la possibilità di scegliere insegnamenti opzionali avrebbe trasformato la scuola in un vero e proprio “supermercato” dell’offerta formativa.
Ora, a distanza di 10 anni, sembra che i tempi siano maturi per introdurre nella scuola superiore un modello organizzativo che è assai diffuso in molti Paesi europei e che, stando alle ricerche internazionali, sembra fare davvero la differenza.

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