La procedura concorsuale indetta dalla Provincia autonoma di Trento per la selezione di 20 dirigenti scolastici riapre un tema centrale per il futuro della scuola italiana: il riconoscimento formale delle figure intermedie di sistema e, in particolare, del collaboratore del dirigente scolastico con funzione vicaria.
Il bando trentino si distingue in modo netto rispetto all’ultimo concorso nazionale indetto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), sia nei requisiti di accesso sia nella valutazione dei titoli professionali. Una differenza che, secondo Rosolino Cicero, presidente nazionale dell’Ancodis (Associazione nazionale collaboratori dei dirigenti scolastici), non è solo tecnica, ma culturale e strutturale.
Tre sono gli elementi qualificanti.
Il primo riguarda i requisiti di accesso: per partecipare al concorso in Trentino è richiesta un’esperienza di insegnamento di almeno sette anni scolastici, mentre nel concorso nazionale ne erano previsti solo cinque (tra ruolo e preruolo). Una scelta che rafforza un principio fondamentale: la funzione dirigenziale non può essere disgiunta da una solida esperienza didattica e professionale nella scuola reale.
Il secondo elemento, di grande rilievo, è il riconoscimento formale del collaboratore del dirigente scolastico con funzione di vicario. Una figura che nella scuola italiana esiste da sempre nella pratica quotidiana, ma che non è mai stata istituzionalizzata né dal legislatore nazionale né dalla contrattazione collettiva, pur essendo presente in ogni scuola autonoma come elemento essenziale del funzionamento organizzativo.
Il terzo aspetto è il più concreto e simbolicamente forte: il bando trentino attribuisce al vicario 3,4 punti per ogni anno di servizio, fino a un massimo di 13 punti, nella tabella dei titoli di servizio e professionali per l’accesso alla dirigenza. Un riconoscimento esplicito del valore professionale, organizzativo e gestionale di questa funzione.
Il messaggio è chiaro: nella scuola del Trentino il vicario del dirigente scolastico esiste, opera, ed è considerato una figura strategica per la qualità del sistema educativo.
E qui emerge il paradosso nazionale. Tutti parlano della crescente complessità della scuola autonoma: carichi amministrativi, progettazione europea, inclusione, valutazione di sistema, sicurezza, gestione delle piattaforme ministeriali, rapporti con il territorio, emergenza educativa, governance multilivello. Ma nessuno affronta il nodo strutturale: la necessità di un middle management scolastico formalmente riconosciuto, con ruoli, funzioni, formazione e carriera definiti.
Chi conosce davvero la scuola sa che non si tratta di “supporti al dirigente”, ma di risorse professionali indispensabili alla comunità scolastica, senza le quali l’autonomia resta un principio teorico e non un modello organizzativo funzionante.
La mancata definizione normativa del vicario e delle figure di sistema è, inoltre, in evidente contrasto con lo spirito della riforma dell’autonomia scolastica. L’art. 21, comma 16, della legge 59/1997 prevedeva infatti, insieme alla dirigenza scolastica, l’individuazione di nuove figure professionali del personale docente connesse al funzionamento organizzativo e didattico della scuola. Un disegno mai realizzato.
Neppure il contratto della dirigenza scolastica fa riferimento a queste figure, nemmeno quando affronta temi come il “diritto alla disconnessione”, ignorando completamente l’esistenza di una rete organizzativa intermedia che regge quotidianamente le scuole.
Per Ancodis, la governance scolastica moderna non può più basarsi solo su dirigenti scolastici e DSGA: ha bisogno di un vicario formalmente istituito e di un middle management strutturato, protagonisti – e non comparse – della progettazione e dell’attuazione del PTOF, della gestione organizzativa e della qualità educativa.
Da qui l’appello al Ministro: è urgente colmare questo vuoto normativo e contrattuale, sottraendo migliaia di docenti a una condizione di inesistenza formale che mortifica professionalità, competenze ed entusiasmo, e non incentiva l’assunzione di responsabilità.
La scuola dell’autonomia reale ha bisogno di una nuova articolazione della funzione docente, pienamente integrata nel CCNL, in cui la figura del vicario rappresenti una delle funzioni più complesse e strategiche, con compiti organizzativi, gestionali e di coordinamento didattico chiaramente definiti.
In questo scenario, il modello trentino rappresenta un segnale politico e culturale forte: un passo avanti verso una scuola moderna, organizzata, efficiente, capace di riconoscere il lavoro silenzioso e continuo di chi, da anni, “volontariamente e sine die”, garantisce il funzionamento quotidiano delle comunità scolastiche.
Un modello che pone una domanda inevitabile al sistema nazionale: quanto ancora la scuola italiana può permettersi di ignorare le sue figure chiave?