L’istruzione italiana si è trasformata in un mercato rionale, dove il merito è stato sostituito dal tariffario e la dignità del docente è diventata merce di scambio. Non è più una questione di vocazione o di preparazione, ma di quanto sei disposto a indebitarti per rincorrere nuovi punti.
Mentre il Ministero parla di valorizzazione, nelle chat dei precari e sui social rimbalzano offerte che hanno il sapore della beffa e che stanno finalmente muovendo lo sdegno collettivo. C’è chi ha speso oltre 2.500 euro per gli ultimi percorsi abilitanti, tra tasse, benzina e tirocini massacranti, convinto che lo Stato avrebbe finalmente riconosciuto il suo sforzo. Invece, questi docenti, che hanno anche superato prove scritte e orali nei concorsi, si ritrovano oggi a casa, fermi, con una pergamena costosa e sudata in mano e il frigorifero vuoto.
Il paradosso è feroce: migliaia di idonei ai concorsi ordinari non vedono una supplenza da due anni, scavalcati sistematicamente da chi ha scelto la “scorciatoia” estera. È un segreto di Pulcinella che denunciamo dal 2020: titoli comprati oltreconfine, abilitazioni lampo ottenute in Paesi con normative più blande, certificazioni di sostegno prese con un clic, lauree conseguite a tempo record. E il sistema dei punteggi, cieco e burocratico, mette sullo stesso piano chi ha sudato sui libri in Italia e chi ha staccato un assegno per un titolo straniero da ottomila euro o per certificazioni e master acquistati come prodotti qualsiasi.
In questo caos fiorisce l’industria della paura. All’ultimo minuto, a pochi giorni dall’apertura delle GPS (siamo all’undici febbraio), spuntano come funghi gli sciacalli: enti che propongono “corsi e corsetti” miracolosi per scalare qualche posizione in graduatoria. “Se non compri questo master, sarai disoccupato”. Questo è il ricatto morale: una forma di usura legalizzata che spinge padri e madri di famiglia, giovani docenti e precari storici a indebitarsi sempre di più per non perdere il posto.
Non è aggiornamento professionale, è pizzo. È la tassa sulla speranza che ogni precario deve pagare per restare a galla in un mare dominato dagli algoritmi e non dalla qualità dell’insegnamento. Signor Ministro, a lei ho sempre riconosciuto l’onestà delle sue affermazioni nei confronti degli idonei, pur non condividendole per ovvie ragioni, e a lei chiedo: è a conoscenza di questo mercato, neanche più “nero”, della formazione all’ultimo minuto e addirittura pubblicizzato?
La scuola non può essere l’ammortizzatore sociale delle aziende che vendono certificati. Dov’è il rispetto per gli idonei che hanno superato prove selettive e si ritrovano senza cattedra neanche da GPS? Perché permettiamo che il business dei titoli, non solo esteri, umili chi ha scelto la via della trasparenza in Italia?
Non servono riforme sulla carta se poi si consente a chi ha i soldi di scavalcare chi ha il merito. Questa non è istruzione: è una lotteria dove vince chi ha il portafoglio più gonfio. I docenti italiani non sono clienti, sono i pilastri del futuro di questo Paese. Fermate almeno questo business e rendete validi per le GPS solo titoli e certificazioni conseguiti entro la fine del 2025.