Un recente breve saggio a firma “Mastro Cico” pubblicato nel sito della associazione Neodemos propone una lettura originale del fenomeno del bullismo.
Finora, gli studi sul fenomeno hanno analizzato soprattutto le dimensioni psicologiche, pedagogiche, sociologiche e giuridiche del problema, ma esiste un ulteriore elemento che merita riflessione: quello demografico.
Quando eravamo tanti: il cortile degli anni ’70
Negli anni ’70, in un’Italia ancora popolata da un numero consistente di bambini, il cortile rappresentava il luogo di socializzazione per eccellenza. Qui si imparava a giocare, a stringere amicizie, a innamorarsi per la prima volta, ma anche a confrontarsi con prese in giro e atti di prevaricazione che oggi definiremmo bullismo.
La differenza con oggi non sta tanto nella gravità dei comportamenti, quanto nel contesto: la numerosità dei bambini garantiva comunque forme di resistenza e solidarietà. C’era sempre un gruppo con cui allearsi, un fratello maggiore, un amico più grande pronto a mediare. La comunità, fatta di genitori e vicini sempre presenti, seppur a distanza, costituiva un tessuto protettivo che riduceva l’isolamento dei più fragili.
Bambini dimezzati in 40 anni
Oggi – sottolinea il ricercatore – quel mondo non esiste più. Nel 1982 in Italia i bambini e i ragazzi tra 0 e 17 anni erano quasi 15 milioni; nel 2022 sono scesi a meno di 8,8 milioni. In soli quarant’anni la popolazione minorile si è quasi dimezzata, mentre quella totale è cresciuta.
Questa trasformazione ha conseguenze profonde: i bambini sono pochi, spesso figli unici, senza fratelli o cugini vicini, con classi scolastiche sempre meno numerose e quartieri privi di spazi di socializzazione spontanea. La loro solitudine non è solo psicologica, ma demografica.
I dati Istat: un fenomeno diffuso
Il report Istat conferma la portata del fenomeno: nel 2023 il 68,5% dei ragazzi tra 11 e 19 anni dichiara di essere stato vittima di almeno un comportamento offensivo o violento, online o offline. Il 21% lo ha subito in modo continuativo, l’ 8% più volte a settimana.
Il dato più allarmante riguarda il cyberbullismo: il 34% degli adolescenti ha vissuto episodi di vessazione online nell’ultimo anno, con una quota significativa (7,8%) che li ha subiti più volte al mese. La rete, con la sua spersonalizzazione, amplifica il senso di isolamento: i ragazzi interagiscono attraverso i social, ma da soli nelle proprie stanze, senza il sostegno di un gruppo reale con cui condividere le difficoltà.
La solitudine demografica come fattore di rischio
Alla solitudine psicologica e relazionale evidenziata dagli studi si somma quindi una vera e propria “solitudine demografica”; ci troviamo infatti di fronte ad un’infanzia sempre più rara e frammentata, priva di una comunità naturale intorno. Negli anni ’70, nei cortili e nei quartieri, c’erano sempre adulti che, anche senza intervenire direttamente, vigilavano e contribuivano a creare un ambiente collettivo. Oggi questo tessuto comunitario si è dissolto.
Il bullismo e il cyberbullismo, conclude Mastro Cico, non possono essere letti solo come problemi educativi o tecnologici. Sono anche lo specchio di un cambiamento demografico profondo, che ha reso i bambini e i ragazzi sempre più soli e vulnerabili.