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Aggiornato il 15.12.2025
alle 17:31

Bullismo: non si può morire così. Sono sempre numerosi i casi di prevaricazione anche fra le pareti scolastiche

Da Lucio Corsaro riceviamo questo interessante contributo che volentieri pubblichiamo

Il recente suicidio del quattordicenne laziale Paolo M. ha scosso l’opinione pubblica italiana, riportando al centro dell’attenzione mediatica il tema del bullismo e delle sue conseguenze più drammatiche. Secondo le prime ricostruzioni, il ragazzo era da anni vittima di comportamenti prevaricanti nell’ambiente scolastico. Un caso che purtroppo non è isolato e che ci impone di guardare con maggiore consapevolezza a un fenomeno che coinvolge un abbondante 20% dei giovani tra 11 e 19 anni, come rivelano i dati Istat 2025 (riferiti al 2023), con leggera prevalenza maschile.

Cos’è davvero il bullismo

Per sgombrare il campo da definizioni improprie, la letteratura scientifica individua quattro elementi essenziali per definire un comportamento come bullismo: la prevaricazione (fisica, verbale o relazionale), l’intenzionalità del soggetto persecutore, la ripetitività della prevaricazione e l’asimmetria del potere tra bullo e vittima.

All’interno di queste dinamiche si distinguono diversi attori. Il bullo mette in atto comportamenti aggressivi, è popolare e al centro delle dinamiche sociali che gestisce e manipola. La vittima subisce ripetutamente le aggressioni, è percepita come “diversa” dal gruppo, ha bassa autostima, poche amicizie e reti di supporto limitate. Poi ci sono gli aiutanti e sostenitori, che prevaricano direttamente o assicurano rinforzo sociale agli offender, mossi da un forte desiderio di appartenenza e dalla paura di diventare vittime a loro volta. Infine i difensori, dotati di spiccate capacità sociali ed empatia, che difendono chi subisce.

Le statistiche individuano come soggetti più a rischio gli 11-13enni, seguiti dai 14-19enni. I bulli maschi tendono ad aggressioni fisiche e verbali, mentre le femmine tendono a escludere la vittima o diffondere pettegolezzi e dicerie.

Le conseguenze: dalla salute mentale al rischio suicidario

Le conseguenze del bullismo possono essere numerose e durature. Sul piano della salute mentale emergono ansia, depressione, disturbi dell’umore, pensieri suicidi e disturbi del sonno. L’autostima crolla, lasciando spazio a vergogna, senso di inutilità e inferiorità. L’isolamento sociale si fa sempre più marcato, alimentato dalla paura di essere giudicati o esclusi. Il rendimento scolastico peggiora, con difficoltà di concentrazione e assenze frequenti. Non mancano gli effetti fisici come mal di testa, problemi digestivi e stress cronico. A lungo termine, questi problemi possono persistere in età adulta, con rischi maggiori di autolesionismo e disturbi post-traumatici.

I dati sul rischio suicidario sono davvero molto significativi. Uno studio canadese su adolescenti di 15 anni dimostra che chi è vittima di bullismo per almeno due anni scolastici ha un rischio più che sei volte maggiore di tentare il suicidio e circa cinque volte maggiore di avere pensieri suicidari. Studi italiani segnalano che tra le vittime di cyberbullismo, circa il 50% ha pensato al suicidio e l’11% lo ha tentato.

L’isolamento sociale: una chiave di lettura sociologica

Per comprendere il legame tra bullismo e suicidio può essere utile guardare alla teoria sociologica di Émile Durkheim, uno dei padri fondatori della sociologia. Durkheim individuava nel suicidio egoistico una forma derivante da un deficit di integrazione sociale, in cui l’individuo si trova in condizione di insufficiente legame con la collettività e i gruppi di appartenenza. Come scriveva lo stesso Durkheim, “il suicidio varia in ragione inversa al grado di integrazione dei gruppi sociali di cui l’individuo fa parte”. Più l’individuo è isolato e scarsamente integrato, maggiore è il rischio suicidario.

Nel contesto del bullismo, la vittima sperimenta proprio questo progressivo isolamento sociale. Viene sistematicamente esclusa dalle attività sociali, conversazioni, gruppi di amicizia. Anche gli amici iniziali si allontanano per paura di diventare bersaglio o per conformismo. Si innesca così una individualizzazione forzata, una solitudine non scelta, una mancanza di quei “legami di solidarietà” che Durkheim considerava protettivi. Senza l’integrazione nel gruppo (cruciale per un adolescente), la vittima perde il senso del proprio valore e del proprio posto nel mondo.

Il range di età delle vittime (11-19 anni) è un periodo particolarmente delicato, caratterizzato da una mutazione dei gruppi sociali di riferimento. La famiglia, gruppo primario fino all’infanzia, durante l’adolescenza cede il passo per importanza al gruppo dei pari, quindi ai compagni di classe, che diventano punto di riferimento normativo e affettivo. Quando questo gruppo primario rigetta la vittima, le conseguenze possono essere devastanti.

Si può rilevare l’intensità dei legami sociali?

La risposta è sì, ed esistono strumenti specifici per farlo. Per rilevare le reti di supporto sociale degli adolescenti si può partire da un approccio oggettivo, contando elementi concreti: quante persone conosci? Quante volte le vedi? Fai parte di gruppi? Oppure si può adottare un approccio soggettivo, che valuta come il ragazzo percepisce le sue relazioni: hai qualcuno su cui contare? Ti senti supportato? Sei soddisfatto dei tuoi legami? Dal punto di vista pratico, ci sono questionari validati come la Multidimensional Scale of Perceived Social Support o l’Adolescent Social Support Scale. Ma esistono anche strumenti più visivi, come il Sociogramma di Moreno o il Convoy Model, che permettono di rappresentare graficamente i legami sociali dell’adolescente, facendoli emergere in modo chiaro e immediato. Questi strumenti hanno rilevanza non solo nella prevenzione dei rischi di vittimizzazione, ma anche ai fini della didattica all’interno del gruppo classe.

La responsabilità della scuola: rischi e opportunità

Tutto questo ha una rilevanza davvero significativa nelle scene reali, nell’ambiente scolastico, dove siamo chiamati a cercare di capire e gestire emozioni di adolescenti cui nessuno ha dato ascolto. Questi tragici eventi riflettono non un fallimento individuale ma il collasso strutturale dei meccanismi di integrazione sociale che dovrebbero ancorare l’individuo alla vita collettiva.

Quando le istituzioni scolastiche faticano a svolgere efficacemente sia il ruolo normativo sia quello di integrazione sociale, le vittime si trovano in quella condizione di “eccesso di individualizzazione” descritta da Durkheim: sole di fronte a un contesto sociale che le esclude, prive di quella rete di solidarietà collettiva che dovrebbe proteggerle. E in tutto ciò la scuola non può certo essere solo spettatrice ma deve provare a monitorare e governare gli eventi.

Comprendere il bullismo attraverso questa lente sociologica evidenzia la necessità di interventi sistemici che rafforzino i legami sociali e l’integrazione dei giovani nei loro gruppi di riferimento, piuttosto che limitarsi ad approcci puramente individualistici al problema.

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