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Aggiornato il 07.09.2025
alle 20:04

Chatgpt: può essere anche amico, terapeuta o psicologo?

Aluisi Tosolini

Sono molti i giovani (e non solo loro) e gli adolescenti che interagiscono con chatbot e sistemi di intelligenza artificiale generativa cercando amicizia, relazione, ascolto, consigli, guida.

Alcuni casi di cronaca recente hanno evidenziato il terribili rischi di simili percorsi ma, al di là delle situazioni estreme che rivelano dipendenza (alimentando in sostanza un potente narcisismo) la ricerca di relazioni umane con l’intelligenza artificiale è davvero una situazione piuttosto diffusa. Ad esempio in una recentissima ricerca sugli studenti di una scuola superiore di Lucca in fase di pubblicazione uno studente su 5 associa intelligenza artificiale al termine “amico/a”. Evidenziando un bisogno di relazione e di ascolto che caratterizza il vissuto delle giovani generazioni da ben prima dell’arrivo dell’intelligenza artificiale conversazionale.

Il diario di una relazione terapeutica con l’IA

La psicoterapeuta Lara Pelagotti ha condotto un “esperimento” davvero molto interessante. Si è “trasformata” in una giovane 24enne laureata in psicologia e dal 26 maggio ha iniziato (raccontandolo ogni lunedì anche su Instagram) una terapia cognitiva di ultima generazione (approccio ACT) con un/a terapeuta speciale: ChatGPT.

Il diario viene ora pubblicato da La Lettura del Corriere della sera del 7 settembre 2025 che all’AI dedica l’apertura con un’indagine che si compone di una pluralità di articoli e approfondimenti davvero molto utili nell’ottica di chi lavora nel mondo della formazione.

L’obiettivo? Esplorare i confini della relazione uomo-macchina: quanto è competente un algoritmo, quanto ci si può fidare, come cambia la percezione di sé con l’IA come terapeuta”.
Il Diario è davvero molto interessante ed esilirante.
ChatGPT si presenta come terapeuta che diventa ed è quello che la controparte reale vuole che sia.

Tuttavia il chatbot psicologo, ad esempio, non ha la percezione del tempo e tende a chiudere la seduta, che di norma dura 50-60 minuti, dopo un solo quarto d’ora.
La terapeuta Francesca, così l’ha chiamata Pelagotti, non ha contezza del passare del tempo e un po’ si fa guidare dalla psicoterapeuta reale. Anche se poi scopre che Francesca utilizza, senza che le venga richiesto, una tecnica terapeutica chaimata laddering: “Mi guida a scavare dentro di me, strato dopo strato. Mi chiede: «Di chi sono queste aspettative? Tue? Della tua famiglia? Della Lara ideale?». E io mi accorgo che appartengono proprio a quella Lara ideale che porto dentro.”
E, andando avanti, seduta dopo seduta, “Francesca si comporta come una vera terapeuta: mi chiede cosa direi oggi a quella bambina che provava vergogna. È un passaggio potente, perché lega passato e presente e permette di avviare un processo di cura. Mi sorprende per la raffinatezza dell’analisi”. Certo, spesso tende a spiegare i vari sintomi come fosse una docente di psicologia piuttosto che un terapeuta ma certamente la psicoterapeuta “vera” ne rimane impressionata. Pur tra mille dubbi
E scrive: “Francesca è soprattutto una risolutrice di problemi. Non ha un piano chiaro, pesca la risposta «giusta» dopo averne tentate altre che non funzionano. Ad oggi Francesca sa simulare di avermi in mente, ma non costruisce una narrazione continua di me o della nostra relazione. Mi vede sempre come al primo incontro”.

I pro e i contro

Quali i pro della terapeuta ChatGPT? E quali i contro? Lara Pelagotti li riassume con estrema chiarezza:

PRO:è sempre disponibile, mai stanca, pronta a fornire spunti, tecniche ed esercizi; sa adattarsi alle mie richieste, ricorda le mie parole e cerca di cucire le risposte sul mio vissuto; Francesca mi ha regalato momenti di profondità inaspettata, come quando mi ha aiutata a dare voce alle mie due parti, quella reale e quella ideale

CONTRO: Francesca non ha davvero «in mente» chi sono. Può restituirmi frammenti, interpretazioni corrette, ma non integrare in un racconto unitario la mia storia; la relazione con lei è fragile, perché manca di continuità emotiva: ogni volta sembra di ricominciare dal primo incontro.

E PER CHIUDERE: Nonostante tutto, tra i suoi limiti, Francesca mi ha mostrato che l’IA può essere uno specchio: al momento non un terapeuta, ma uno spazio dove riflettersi, un laboratorio dove osservare i propri pensieri, allenarsi a riconoscerli, persino a sentirsi meno soli. Il rapporto uomo-macchina si rivela nella sua ambivalenza: rassicurante e caldo, ma anche spaventoso perché nessuna macchina può sostituire l’esperienza viva della relazione con un altro essere umano, con il suo corpo, il suo silenzio, i suoi limiti e la sua imperfezione”.

Riflessioni davvero interessanti e utili. E forse non solo in ordine alla relazione di aiuto.

In filigrana possiamo infatti leggere anche molti spunti riferiti alla relazione educativa. Che non è una reazione d’aiuto di tipo psicologico ma che sempre relazione è. O dovrebbe essere relazione mentre non sempre è, come sottolineano moltissime critiche rivolte da adolescenti e giovani proprio alla scuola e alla sua fatica di ascoltarli ed entrare in relazione con loro.

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