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Aggiornato il 09.02.2026
alle 18:26

Classi speciali, un docente su 4 a favore. Ianes: “La situazione è peggiore. Conferma insegnante di sostegno? Non è inclusione” – INTERVISTA

Reginaldo Palermo

Dagli anni ’70, quando entrarono in vigore nella scuola italiana le prime norme sull’inclusione, molto è cambiato.
Sono cambiate le regole ma ancora di più si è modificato il “clima” complessivo nella scuola e anche nella società.
Ne parliamo con Dario Ianes, docente di pedagogia speciale, uno dei massimi esperti nazionali sull’argomento.

Gli esiti di una recente ricerca condotta da Erickson stanno facendo discutere parecchio: il 27% dei docenti vorrebbe il ritorno alle classi speciali. E’ esattamente così?

Purtroppo la situazione è ancora peggiore: quel dato è destinato ad aumentare. Le persone che hanno risposto sono volontarie, scelgono cioè di impegnarsi a dare il loro tempo nel rispondere ad un questionario Erickson, una struttura di cui è noto l’impegno per l’inclusione, e dunque molto probabilmente sono già orientate positivamente sul tema. Se fossero state scelte a caso il dato peggiorerebbe sicuramente.

E’ possibile che la sempre maggiore diffusione dei cosiddetti “rapporti 1:1” abbia accentuato il meccanismo della “delega” al docente di sostegno indebolendo quindi i processi di inclusione?

La delega all’insegnante di sostegno, come molte deleghe, indebolisce il delegante, in questo caso l’insegnante curricolare che si estranea dai processi inclusivi, che sono una sua responsabilità e restringe l’inclusione su poche figure. La delega depriva professionalmente tutti gli altri docenti che non sono stimolati dal lavoro con alunni/e molto differenti.

Le famiglie di bambini e bambine con disabilità, si trovano oggi in un dilemma: da un lato desiderano – legittimamente – che il loro figlio sia “affidato” ad un docente di riferimento, dall’altro si rendono conto che l’inclusione è altra cosa. Come è possibile affrontare questa situazione?

Rispetto alle famiglie e al loro dilemma, dalla mia esperienza con loro, ho imparato che è molto utile accompagnarle a distinguere chiaramente tra mezzi e fini dell’inclusione del figlio/a, dove i fini importanti sono gli apprendimenti, la partecipazione sociale piena con i compagni/e e tutti i docenti e lo sviluppo di un buon senso di appartenenza, mentre i mezzi sono l’organizzazione didattica, le ore di sostegno e tutto quello che la scuola mette in campo. Distinguendo bene questi due campi si può uscire positivamente dal dilemma.

Quest’anno le famiglie hanno avuto la possibilità di chiedere la conferma dell’insegnante di sostegno già in servizio in precedenza. Si tratta di una misura positiva a sostegno della continua didattica?

La possibilità di chiedere la conferma non gioca a favore dell’inclusione, perché rafforza una visione “privatistica” dei processi e delle risorse inclusive: la continuità didattica deve essere data dal sistema non da una singola persona.

Il modesto livello qualitativo dei percorsi formativi previsti dal DL 71/24 è ormai piuttosto evidente. Secondo lei, conclusa questa fase, legata anche alle misure del PNRR, si potranno ripristinare percorsi più adeguati?
Cosa dovrebbe accadere?

La fase dei percorsi di specializzazione abbreviati credo durerà ancora a lungo, anche per l’interessamento forte degli atenei telematici. Il rischio evidente è che si svuotino i corsi in presenza di 60 cfu, peraltro indeboliti dalle critiche provenienti dalle associazioni dei familiari che ora devono subire quelli abbreviati.

Per concludere: ormai il clima (direi anche l’entusiasmo) che aveva accompagnato l’avvio dei processi di inclusione negli anni 70-80 è sparito. C’è molto disillusione. Cosa è successo in questi decenni?

Dagli anni 70 sono cambiate tante cose nel clima culturale e politico italiano, quello che posso osservare, dai dati di due ricerche del 2023 e 2025, è che gli insegnanti italiani, in tema di inclusione, ci credono ancora molto, ma vivono quotidianamente tante difficoltà e frustrazioni e dunque corrono il rischio di indebolire quei valori, non potendo migliorare più di tanto le loro pratiche. Questo indebolimento porta con sè come effetto l’aumento del numero di insegnanti che accetterebbero il sistema delle scuole/classi speciali.

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