Siamo in periodo di iscrizioni: dal 13 gennaio è possibile, per le famiglie, effettuare l‘iscrizione dei propri figli al primo anno di corso della scuola dell’obbligo (primaria, secondaria di I grado, secondaria di II grado). Mentre si iniziano a costituire le classi del prossimo anno, l’argomento delle cosiddette “classi pollaio” rimane scottante.
A parlarne in questi mesi sono stati soprattutto il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e Alleanza Verdi Sinistra, che ha avviato una raccolta firme collegata ad una proposta di legge di iniziativa popolare, più vari leader d’opinione.
Il capo del dicastero di Viale Trastevere pensa che le classi pollaio non siano un problema, e lo ha detto basando la sua argomentazione su uno studio INVALSI. Al polo opposto, Alleanza Verdi Sinistra si sta battendo contro la loro eliminazione, evidenziandone problematiche e criticità.
Ma di che studio si tratta e cosa dice esattamente INVALSI? Facciamo chiarezza una volta per tutte.
Difficile dire chi ha parlato per primo di classi pollaio. Una cosa è certa: se ne discute sempre più spesso da circa dieci anni. Il concetto, ad esempio, è molto usato all’epoca della legge 107/2015, la Buona Scuola di Renzi. L’allora ministra dell’Istruzione Stefania Giannini, durante l’audizione alla Commissione Cultura sull’avvio dell’anno scolastico 2014/2015, come riporta Tuttoscuola, disse: “Dal primo settembre del 2015, quindi dall’inizio del prossimo anno scolastico, le classi pollaio saranno un lontano ricordo“.
Così non è stato: la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, nel 2020, ha affrontato di petto il problema, a quanto pare esacerbato dal periodo Covid. Già nel 2019 il cosiddetto Ddl Azzolina, discusso alla Camera, era volto proprio a eliminare le classi numerose.
Ecco cosa ha detto poi a fine novembre 2020, come riportato da Il Corriere della Sera: “Avevamo presentato una proposta di legge come M5S per limitare e diminuire il numero di alunni per classe. Già nel 2020-21 non ci sono stati tagli nell’organico malgrado la denatalità e anche per l’anno scolastico 2021-2022 i tagli non ci saranno: quindi con un organico invariato, le 25 mila assunzioni sul sostegno e con un numero di alunni decrescente, nel corso di pochi anni riusciremo a ritornare ai parametri pre-Gelmini e quindi a non avere più classi così sovraffollate come adesso”.
Il predecessore di Valditara, il ministro Patrizio Bianchi, ha parlato nel corso del suo mandato delle classi pollaio. A chi lo ha accusato di non aver risolto il problema, nel 2021 si è difeso affermando che il focus del problema è sbagliato in partenza: “Questo dibattito della scuola dove tutti in classe sulla base della stessa età è un’idea novecentesca. Non è un problema di classi pollaio ma del modello del gruppo classe che va superato. Si tratta di una questione dibattuta in tutto il mondo”.
Secondo l’ex ministro il problema della scuola è un altro: nel giugno 2022, alla Camera dei deputati, ha poi dichiarato: “Il problema principale che noi abbiamo non è l’extra numerosità delle classi, che praticamente è finita, ma la caduta demografica di certe zone del Paese. Il nostro problema sarà come fare a tenere aperte le scuole”.
Ma veniamo ai giorni nostri. Nel corso del 2025 il problema delle classi pollaio, di cui pare che i docenti non abbiano mai smesso di lamentarsi, sembra essere tornato alla ribalta nella discussione pubblica. Lo stesso ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, lo scorso novembre, ne ha parlato, descrivendolo come un falso problema.
Nel suo intervento al forum “Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali” di Roma, organizzato da The European House Ambrosetti, il ministro ha detto: “Il numero degli alunni per classe non fa la differenza. Non si è visto che laddove è stato applicato non ha dato esiti particolarmente interessanti. Anzi, studi di INVALSI confermano che quando il rapporto è troppo basso il rendimento non migliora, anzi peggiora persino”.
Insomma, secondo Valditara, da quanto sembra di capire, se ci sono pochi alunni, il rendimento della classe peggiora. La notizia ha avuto ampia eco ed è rimbalzata ovunque.
Il concetto è stato ripetuto dallo stesso capo del dicastero di Viale Trastevere il 17 dicembre, durante un question time alla Camera. “Gli studi INVALSI dimostrano che i risultati degli alunni non dipendono dalle dimensioni delle classi, smentendo un luogo comune. I dati sono incontrovertibili. Alle medie la percentuale di studenti con difficoltà di apprendimento si attesta al 3,2% nelle classi con meno di 20 alunni, mentre scende all’1% nelle classi fino a 25 allievi. Esiti analoghi si vedono anche alle superiori. Le politiche più efficaci non sono quelle che prevedono meno alunni per classe indistinta, ma l’assegnazione di più docenti per scuola”.
Ma di quale studio INVALSI si sta parlando?
Il docente e scrittore Christian Raimo, su Fanpage, ha commentato dicendo che lo studio INVALSI su cui Valditara ha basato le sue parole non esiste, o meglio, non è stato ancora pubblicato. “Valditara da qualche settimana cita questo studio INVALSI, che però non è stato ancora diffuso. Ci fidiamo della sua parola, ma vorremmo conoscere quei dati che cita nel dettaglio, per capire la posizione ministeriale”, queste le sue parole.
Lo studio, in realtà, esiste: o meglio, non si tratta di un studio nel vero senso della parola. Chiedendo a INVALSI ci è stato detto che le parole di Valditara si basano sui materiali di un convegno, un seminario svoltosi al Ministero dell’Istruzione e del Merito lo scorso 28 maggio dal titolo “Il miglioramento dell’offerta formativa: le sfide per il sistema scolastico nell’epoca della transizione tecnologica e demografica per combattere la povertà educativa“.
L’evento è stato organizzato dal MIM in collaborazione con l’INVALSI, nell’ambito delle attività di formazione del personale scolastico. In questo frangente sono stati presentati dati che partono dall’Anagrafe Nazionale degli Studenti (ANS).
Lo “studio” di cui tanto si è parlato è stato illustrato in questa occasione dal presidente INVALSI Roberto Ricci, e si trova nelle slide 14-15-16 relative al suo intervento incentrato sulla dispersione scolastica implicita, non proprio sul fenomeno delle classi pollaio e comunque relativo solo alla scuola secondaria.
La dispersione scolastica implicita, lo ricordiamo, come riportato su InvalsiOpen, è il fenomeno per cui gli studenti che conseguono il diploma non raggiungono lontanamente i livelli di competenza che ci si dovrebbe aspettare dopo tredici anni di scuola. Quindi ha a che fare non con il titolo che viene conseguito, ma con quello che gli studenti sanno o sanno fare.
Ecco cosa dice Ricci: “L’analisi dei dati relativi alle scuole secondarie di primo e secondo grado (Grado 8 e Grado 13) suggerisce che la dimensione della classe non costituisce un elemento decisivo nel comprendere il fenomeno della dispersione scolastica implicita. Nel Grado 8, le classi con un massimo di 20 alunni rappresentano oltre il 52% del totale, con una percentuale di studenti ‘low performer’ pari al 3,05%. Al contrario, le classi di dimensioni intermedie (21-25 studenti) mostrano una percentuale inferiore di studenti con basso rendimento (0,98%), mentre quelle più numerose (oltre 26 alunni) presentano un’incidenza lievemente superiore (1,14%)”.
“Analogamente, nel Grado 13, le classi con al massimo 20 studenti costituiscono oltre il 73% del totale, ma registrano un tasso di ‘low performer’ pari al 6,63%. Anche in questo caso, le classi con 21-25 alunni mostrano una percentuale inferiore (3,69%), mentre quelle più numerose, che rappresentano solo una piccola parte (5,4%), evidenziano comunque un valore intermedio (4,64%). Questo dato sottolinea come le classi più ampie siano spesso legate a specificità organizzative, come la distribuzione per indirizzi, e non riflettano una struttura didattica generalizzata”.
“In entrambi i casi, emerge che non è il numero di studenti per classe a determinare in modo significativo l’incidenza della dispersione implicita. È invece la ‘dimensione della persona’ a rivelarsi centrale: solo riconoscendo l’unicità di ogni studente, valorizzandone i bisogni educativi, sostenendone la motivazione e costruendo percorsi di apprendimento personalizzati è possibile affrontare con efficacia il fenomeno”.
Tiriamo le somme:
Ecco da dove vengono le dichiarazioni di Valditara, anche se il ministro non ha parlato di dispersione implicita nei suoi interventi ma più genericamente di “rendimento”.