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Codice di comportamento: il Governo intende mettere un freno all’uso “disinvolto” dei social da parte di docenti e altri dipendenti pubblici

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Con il decreto legge 36 del 30 aprile il Governo ha deciso di intervenire su una questione complessa e delicata, l’uso non sempre corretto dei social da parte dei dipendenti pubblici (insegnanti compresi).

L’articolo 4 stabilisce infatti che entro fine anno il codice di comportamento dei dipendenti dovrà essere aggiornato, con l’aggiunta di “una sezione dedicata al corretto utilizzo delle tecnologie informatiche e dei mezzi di informazione e social media da parte dei dipendenti pubblici, anche al fine di tutelare l’immagine della pubblica amministrazione”.

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Il senso della norma sembra chiaro: il Governo intende mettere un freno all’uso un po’ troppo disinvolto dei social da parte dei dipendenti statali e degli insegnanti in particolare.
Ferma restando la libertà di espressione che la stessa Costituzione riconosce a tutti i cittadini, è evidente che le opinioni vanno sempre espresse e divulgate in modo “civile” e senza ledere la dignità di altri soggetti.
Non solo, ma i dipendenti pubblici devono anche fare attenzione a non nuocere all’immagine della Pubblica Amministrazione.

Ma cosa significa nel concreto tutto questo?
Basta sfogliare qualche pagina di Facebook per capirlo.
Criticare le modalità con cui il Ministero organizza la formazione dei docenti è certamente lecito, anzi per certi aspetti è persino doveroso perché le critiche possono contribuire al miglioramento delle procedure.
Ma scrivere, per esempio, che “i corsi di formazione servono solo a riempire il portafoglio di enti, associazioni e formatori” potrebbe essere considerato lesivo anche della stessa Amministrazione, perché equivale a dire che scuole, USR e Ministero organizzano in modo a dir poco illegale le attività di formazione.
Così come scrivere in modo apodittico che gli staff di direzione non sono altro che una accozzaglia di incompetenti che fa da scendiletto ai dirigenti scolastici può trasmettere una immagine distorta (e poco dignitosa) del reale funzionamento delle scuole.
E che dire di chi acriticamente scrive che l’Invalsi serve solo a regalare soldi a non meglio precisati “esperti” o che i concorsi servono a foraggiare enti di formazione e sindacati?

Intendiamoci: le modalità con vengono oggi gestiti corsi, concorsi, staff di direzione e Invalsi sono ampiamente criticabili e anzi “devono” essere messe in discussione, ma senza ledere in modo ingiustificato l’immagine della pubblica amministrazione.
Insomma, va benissimo intervenire sui social ma è bene evitare critiche gratuite, non costruttive e soprattutto espresse con parole fuori luogo se non offensive.