Vorrei segnalare l’interessante (e, per certi versi, inquietante) editoriale di Luca Ricolfi pubblicato sul Messaggero del 05.01.26: A scuola con l’IA, ritorno al futuro. Nella prima parte dell’articolo l’autore, senza fare una piega e come fosse cosa ovvia e indiscutibile, afferma che “moltissimi impiegati e lavoratori intellettuali poco qualificati perderanno il posto”, e prefigura un mondo in cui anche medici e psicologi saranno rimpiazzati da dispositivi cibernetici. Cito: “È del tutto logico che, in futuro, a fornire consigli e conforto siano assistenti virtuali, senza alcuna intercessione umana” (sic!).
Colpisce l’indifferenza con cui uno studioso dell’acume di Ricolfi accetta, senza mostrare l’ombra di una perplessità, uno sconvolgimento sociale e antropologico che dovrebbe farci gelare il sangue: milioni e milioni di lavoratori e professionisti (anzi ex lavoratori ed ex professionisti) condannati a una vita da amebe e destinati a farsi mantenere (forse) da sussidi di Stato.
Nella seconda parte si affronta l’impatto che l’IA avrà sulla scuola. In questo settore, se ho ben capito, i docenti non dovrebbero essere rimpiazzati (anche se, a questo punto, non si spiega perché); essi, però, dovranno affrontare il problema degli scritti. Ricolfi, a tal proposito, ritiene le frodi inevitabili e la pretesa di prevenirle velleitaria, essendoci sempre la possibilità, per gli studenti, di nascondere un secondo telefono.
Anche qui la posizione di Ricolfi mi pare inaccettabile, giacché la scuola dovrebbe essere anzitutto una palestra di moralità: se non insegniamo agli studenti a non essere degli imbroglioni, che cosa vogliamo insegnare loro? La sorveglianza è difficile? Nessuno lo nega, ma la risposta non può essere la capitolazione.
Stesso discorso per quanto riguarda i compiti a casa: non dovremmo assegnarli perché tanto li copiano? Ma si copiava anche prima e, ad ogni modo, piuttosto che incentivare la pigrizia preferisco credere che, almeno in qualche allievo, ci sia ancora la forza di volontà o il piacere di imparare e di fare le cose in modo coscienzioso.
Appare invece più sensata la proposta di rivalutare l’importanza della comunicazione orale: “La scuola e l’università del futuro potrebbero assumere caratteri ‘medievali’, se non arcaici, perché basati sulla riscoperta della parola orale, dell’argomentazione, del dialogo […] l’umanità proverebbe a ritornare al punto di partenza, quando tutto stava nella mente. Cadrebbe l’alibi per non studiare e non sapere (‘Tanto tutto è su Internet’), la creatività ne trarrebbe enorme giovamento”.
Anch’io sarei favorevole a una riscoperta della memoria e del dialogo, ma non al prezzo del totale abbandono della parola scritta e delle sue specifiche competenze linguistiche (sintattiche, lessicali e stilistiche), così arricchenti sul piano intellettuale e culturale.
Infine, accetto la provocazione con cui Ricolfi chiude il pezzo: “Ho solo un dubbio: ne saranno all’altezza i nuovi professori, molti dei quali già ora non sanno più tenere una lezione di pura parola, senza trafficare con le slide, i fogli Excel e Power Point?”.
Lorenzo Bergerard