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Aggiornato il 10.12.2025
alle 17:17

Contratto Nazionale siglato a novembre: neanche stavolta insegnanti e ATA nuoteranno nell’oro

Come è noto, il 5 novembre scorso è stato siglato il nuovo CCNL per la Scuola. Sul sito web del ministero i toni sono, come sempre, trionfalistici. A leggerli verrebbe da esultare per l’inizio di una nuova era per docenti e ATA. Il risultato è definito “storico”. «Il Ministro ha rivendicato la centralità restituita al personale scolastico». Segue la consueta sequela di aumenti “medi”, a leggere i quali ci si sente davvero sollevati: «Con il 2025-2027, quando sarà firmato anche questo contratto, arriveremo, compresi i relativi arretrati, a un totale di 416 euro lordi mensili in più per gli insegnanti e 303 euro in più per il personale ATA». Cifre lorde, e comprendenti quelle già erogate nel precedente contratto e nel prossimo.

“Aumenti” da una mano, tagli dall’altra

Altri soldi starebbero per arrivare col taglio del cuneo fiscale (che però taglierà i servizi). «Nonostante i 40 miliardi di euro di oneri per il Superbonus legato alle ristrutturazioni edilizie, che pesano sul bilancio dello Stato, siamo riusciti a investire sulla scuola». Il problema dunque è il Superbonus: non le spese militari (aumentate del 38,5% rispetto al 2024), né la scelta quarantennale di riservare a Scuola, sanità e spese sociali una porzione via via decrescente del PIL.

Intanto si tagliano le supplenze brevi, che verranno coperte obbligatoriamente con l’organico di potenziamento, senza ricorrere alle graduatorie di supplenza; amputati altri 2.000 posti ATA e 6.000 cattedre; l’edilizia scolastica s’impoverisce di altri 480 milioni (malgrado i 71 crolli registrati nelle scuole dal settembre 2024 al settembre 2025).

Come siamo arrivati sin qui

L’entità reale degli “aumenti” sarà constatabile dal 2026. Intanto va ricordato che il contratto siglato il 5 novembre 2025 riguarda e copre il triennio (scaduto) 2022/2024.

In base al D.Lgs. 29/1993, che ha infilato la Scuola nel Pubblico Impiego (pur essendo la funzione docente delle scuole ben diversa dalla funzione impiegatizia), gli aumenti salariali non possono superare una percentuale prefissata dell’inflazione programmata; la quale è a sua volta inferiore all’inflazione reale. Ecco perché ci ritroviamo nella Scuola con stipendi che valgono il 21% in meno di dieci anni fa.

Figli e figliastri?

I docenti universitari, che nel 1993 non furono inseriti nel Pubblico Impiego, non devono sottostare a tale capestro (così come non dovevano sottostarvi i docenti delle scuole fino al 1993). Il capestro fa sì che le contrattazioni siano alterate in partenza, giacché è il governo di turno, controparte dei lavoratori, a stabilire a priori le cifre disponibili per il Pubblico Impiego. Tutto secondo legge: appunto il D.Lgs. 29/1993, che privatizzò il rapporto di lavoro del Pubblico Impiego (infilandovi la Scuola), per poter trattare gli impiegati (e la Scuola) come lavoratori privati, licenziabili per esubero e pagabili coi vincoli suddetti (anziché estendere ai lavoratori privati i diritti e le tutele prima tipici degli impiegati statali).

La metamorfosi della condizione docente

Da allora i docenti vanno in soprannumero, son pagati sempre meno e perdono sempre più stima sociale, credibilità, autorevolezza. Le leggi successive hanno fatto nascere il preside/dirigente (DS), il DSGA, gli AT, i CS, l’IRC, lo STLD, l’RLS, l’RSPP, lo PTOF, il PIA, il PDM, il CDV, la DAD, la DDI, la FS, i GLHI, il NIV, il NEV, l’UDA, il SOFIA, il GAV, il PNSD, il P.D.P., il P.E.I., i GLI, e via acronimizzando. Un barocco burocratico-aziendalistico che ha tramutato la Scuola in qualcosa di nuovo e di molto diverso da una comunità educante (fondata cioè sul pensiero critico e libero anziché su vincoli mascherati da acronimi suggestivi).

L’aumento di acronimi e incombenze è direttamente proporzionale alla decrescita di potere d’acquisto e qualità di vita dei docenti: la cui responsabilità, come categoria, sta nell’aver fatto poco o nulla per contrastare l’andazzo, accomodandosi come meglio potevano sulla malagevole “sedia inquisitoria” preparata per loro in questi 30 anni, senza quasi mai ricorrere — eccettuato qualche lodevole accenno di resistenza qua e là per l’Italia — ai poteri di delibera che i Decreti Delegati comunque consentono al Collegio dei Docenti in nome della libertà d’insegnamento garantita dalla Costituzione. Servitù, insomma, volontaria più che imposta — per dirla con Étienne de La Boétie —nel nome d’un quieto sopravvivere divenuto garrota.

Se non intervengono cambiamenti sostanziali

Possono i lavoratori della Scuola sganciarsi dagli incrementi stipendiali striminziti del Pubblico Impiego? No, fintantoché i docenti (pur diversi dagli impiegati per la libertà di insegnamento) sono inquadrati nel Pubblico Impiego. No, fintantoché il Pubblico Impiego è trattato come viene trattato, con un rapporto di lavoro non ispirato primariamente alla tutela dei diritti dei lavoratori, ma a quelli del mercato. No, se i diritti non sono la principale priorità.

La continuità quarantennale delle scelte che hanno deformato la Scuola

La situazione attuale non è dovuta soltanto all’attuale governo: essa è frutto di scelte quarantennali, trasversali a tutte le forze politico-sindacali che in questo quarantennio hanno egemonizzato la scena nazionale: scelte ideologiche neoliberiste, volte allo smantellamento lento e progressivo dello stato sociale, nonché alla destrutturazione sostanziale della pubblica istruzione. Tali scelte hanno favorito scuole e università private a scapito della Scuola pubblica: l’istituzione che, almeno fino agli anni ‘80, ha funzionato da ascensore sociale, acculturando le fasce più deboli della popolazione e facendole crescere socialmente.

I più maligni sospettano che gli insegnanti siano pagati poco affinché la Scuola funzioni poco (e male). Certo è che, in momenti di particolare sconforto, a non pochi potrebbe venire la tentazione di crederlo.

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