È uscito quest’anno a marzo, edito da Feltrinelli, il saggio “Adolescenti interrotti”, in cui Stefano Vicari – Neuropsichiatra, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile presso l’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma – indaga il disagio mentale nei bambini e negli adolescenti.
Il titolo del libro riprende quello di un fil culto del 1999, “Ragazze interrotte” – cast stellare, da Winona Ryder ad Angelina Jolie – a sua volta tratto da “Girl, interrupted”, romanzo di Susanna Kaysen del 1993, in cui l’autrice racconta la sua esperienza come paziente in una clinica psichiatrica.
In entrambi i casi, la scelta dell’aggettivo “interrotti/interrotte”, infonde fiducia e speranza perché sta ad indicare che da uno stato di interruzione si può ripartire, un meccanismo può ricominciare a funzionare.
Se si interviene tempestivamente, se si intercettano i disturbi mentali in età evolutiva, questi, nella grande maggioranza dei casi, guariscono. Si può evitare, quindi, che il malessere si cronicizzi.
In questo suo ultimo lavoro – come riporta Focus Scuola – il neuropsichiatra redige una sorta di guida per gli adulti chiamati ad affrontare sempre più spesso il malessere psichico di bambini e adolescenti.
I numeri del disagio sono inquietanti: negli ultimi dieci, quindici anni – dice il professore – gli accessi al pronto soccorso del Bambino Gesù di Roma per motivi psichici sono aumentati in modo allarmante.
Le cose stanno così anche a livello planetario: secondo il rapporto Unicef del 2023, 1 adolescente su 7 tra i 10 e i 19 anni convive con un disturbo mentale diagnosticato (il 16% in Italia nel 2019). L’ansia e la depressione ne rappresentano il 40%. Purtroppo però la malattia mentale crea ancora paura e imbarazzo e più difficilmente rispetto alla malattia fisica si chiede aiuto.
Quali le cause del disagio? Secondo l’esperto, queste malattie, che insorgono in adolescenza, hanno una forte base biologica su cui poi vanno ad agire in senso positivo o negativo l’ambiente, che per un ragazzo è la famiglia, intesa come comunità educante, la scuola e il gruppo. Gli esperti ritengono che il grande aumento dei disturbi psichici sia legato all’aumento delle dipendenze: da sostanze, con l’età di inizio assunzione sempre più bassa; dal gioco d’azzardo, più accessibile di un tempo; da internet. Secondo Save the Children in Italia quasi otto bambini su dieci tra gli 11 e i 13 anni utilizzano Internet tutti i giorni, attraverso lo smartphone, e cresce anche il numero dei più piccoli, tra i 6 e i 10 anni, che lo possiedono e lo usano quotidianamente (il 30%).
Facilmente immaginabili alcune delle conseguenze delle ore passate online: riduzione del tempo per fare esperienze (giocare all’aria aperta, leggere, anche annoiarsi), privazione del sonno, esposizione a contenuti non adatti alla propria età, come quelli pornografici o violenti, bullismo, ritiro sociale. Non a caso per gli esperti sarebbe meglio non regalare lo smartphone prima dei 12 anni.
A far preoccupare genitori e insegnanti devono essere dei cambiamenti nella vita di un bambino o di un ragazzo stabili nel tempo. Un criterio fondamentale è quello della disfunzionalità, cioè quanto quel comportamento o quell’emozione impattano sulla qualità della vita. Un conto è essere a volte tristi, un conto è piangere disperati gran parte del tempo e non vedere prospettive nella propria vita. Se quindi un adolescente che fino a poco tempo prima andava bene a scuola, faceva sport, vedeva gli amici, dormiva e mangiava regolarmente comincia a mangiare troppo o troppo poco, è sempre irritabile, o va a dormire sempre tardi la sera e fa fatica a svegliarsi, abbandona lo sport, si chiude dentro casa e il suo rendimento scolastico cala, significa che qualcosa non va. Può trattarsi di una crisi adolescenziale, ma se tali cambiamenti si protraggono per settimane o mesi meglio consultare uno specialista.
Cosa può fare la Scuola in tutto questo? «Sogno – conclude Vicari – una scuola che risponda soprattutto al mandato di crescere i cittadini del domani, di aumentare il loro senso di responsabilità e di partecipazione alla comunità, una scuola aperta undici mesi l’anno e aperta realmente a tutti. Una scuola che, come nelle intenzioni di Don Milani, non abbia il fine di selezionare, ma di includere e valorizzare i talenti, che non metta al primo posto la conclusione del programma o le esperienze di “scuola-lavoro”, ma che accenda nei ragazzi la curiosità e il gusto di imparare e che serva poi a costruire, attraverso degli spazi di aggregazione, delle relazioni positive. Solo attraverso la relazione, rispecchiandosi nell’altro, il ragazzo capisce chi è.