Home I lettori ci scrivono Coronavirus e l’emergenza dei disabili

Coronavirus e l’emergenza dei disabili

CONDIVIDI

L’emergenza coronavirus sta assumendo una importante rilevanza sul piano sociale, sanitario, scientifico ed educativo e facendo emergere la totale emarginazione dei soggetti più deboli.

La dimensione comunitaria della vita e dell’educazione risulta, pertanto, notevolmente compromessa, tra non poche difficoltà si cerca di soddisfare i bisogni educativi degli alunni e a fatica si riesce a creare, a distanza, momenti formativi stimolanti sotto il profilo relazionale, affettivo e cognitivo.

Poche coraggiose iniziative, invece, per venire incontro alle necessità specifiche, in questo particolare e grave periodo storico, di alunni affetti da disabilità fisiche o psichiche ed attenuare l’ isolamento di cui soffrono a causa dell’assenza forzata dall’ambiente scolastico che, indubbiamente, comporta una rilevante interruzione o perdita, dal punto di vista psicologico, di rapporti interpersonali indispensabili per accrescere la stessa voglia di vivere.

ICOTEA_19_dentro articolo

È evidente che stenta a farsi strada una nuova cultura dell’integrazione basata su una pedagogia curativa capace di aggregare professionalità, competenze e interventi in grado di promuovere e favorire in modo unitario, anche nelle emergenze, la dimensione sociale della vita, accrescere il vincolo della solidarietà e soddisfare il bisogno di realizzare se stessi nell’incontro con gli altri.

Le famiglie che, oggi, sono costrette a farsi carico di tutti i problemi esistenziali legati alla disabilità vivono sulle loro spalle i limiti e le contraddizioni di una società in continua mutazione, con nuove povertà e diverse forme di emarginazione, e le risposte arretrate e insufficienti di uno Stato pienamente consapevole della situazione di crisi nel settore dei servizi sociali, della scuola, dell’assistenza e della sanità.

Si può dire che la nostra società si dimostra incapace di andare oltre i semplici precetti e adeguamenti normativi, di rinnovarsi e di opporre una vera forza, una vera politica, una vera cultura a sostegno delle differenze e delle diversità, che favorisca la collaborazione e limiti, laddove è possibile, situazioni di oggettiva difficoltà.

I segni delle diverse inefficienze sono ormai visibilissimi: mancano attività di sostegno nei confronti di chi si prende amorevolmente cura h/24 di bambini con problemi, efficaci interventi di carattere pedagogico-clinici e strutturali che rischiano di disperdere e vanificare quel tanto di positivo che c’è nella scuola e quella buona dose di fiducioso entusiasmo che anima molti operatori scolastici sempre pronti ad aiutare ed a sperimentare nuove forme di integrazione.

In una società che apre sempre più spazi alle tendenze individualistiche, che crea vuoti, che attraverso una sorta di filosofia dell’indifferenza offusca il senso della comunità, che non aiuta il soggetto diverso ad imparare, a nutrirsi dell’affetto degli altri ed a crescere, non si possono ignorare i dolorosi appelli di famiglie desiderose solo di instaurare con le istituzioni un nuovo rapporto di fiducia e di reciproca utilità per guarire dalla piaga della scarsa attenzione nei confronti delle persone con disabilità.

Purtroppo, viviamo in un’epoca in cui la solidarietà, il dialogo, le forze grandi del progresso e della giustizia sociale sono un bagaglio di armi che ogni giorno arrugginiscono sempre più e non costituiscono più la nostra ricchezza.

L’altro diverso da me è il dono più grande, per questo, occorre una nuova cultura, specifiche sensibilità e bisogni, qualche serio intervento che investa la società con le sue strutture e fissi per ciascuno diritti e doveri, ampli la libertà e l’autonomia di chi deve essere sempre più vicino al nostro cuore.

Basterebbe una piccola impennata di orgoglio, specifiche sensibilità capaci di rispondere a determinati bisogni e qualche serio intervento per restituire dignità sociale ad un nucleo fondamentale della vita umana.

I giovani e i meno giovani, spinti da esigenze e interessi contingenti, investiti dalla banalità dei social, soffocati da un’enorme quantità di amici con cui hanno solo rapporti virtuali, dovrebbero essere aiutati a scoprire il valore della solidarietà e della responsabilità sociale, a costruirsi una vera e propria cultura del valore della vita, ad abbandonare l’individualismo sfrenato, l’edonistica competitività, per scoprire, nelle difficoltà, nel silenzio e nella solitudine, la bellezza dell’incontro la conversazione e il confronto con amici reali.

Rimuovere i pregiudizi ed eliminare le banalità di un tessuto sociale ricco di beni materiali, ma povero di dialogo, di autentica socialità che minaccia la libertà, il riscatto umano e sociale di tanti ragazzi non pienamente felici è possibile.

Ogni uomo consapevolmente o inconsapevolmente cerca un posto nel cuore dell’altro. Si spera vivamente che qualcuno bussi alla loro porta, che inizi uno scambio di esperienze e faccia sentire il sincero affetto di chi vuole stare anche dall’altra parte.

È il sentimento di vicinanza e affetto che lega insieme gli uomini, che forma le famiglie, le comunità, i popoli.

È a questo desiderio di stare anche dall’altra parte che dobbiamo ispirare il nostro impegno sociale, il nostro senso di giustizia, la nostra lotta per i diritti di tutti gli uomini.

Fernando Mazzeo