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La riforma dei tecnici crea gravi disparità fra i docenti

La riforma degli istituti tecnici, così come si sta configurando nella sua applicazione concreta,
solleva una questione che finora è rimasta ai margini del dibattito pubblico: il rischio di una
disparità strutturale tra docenti, non solo culturale ma anche economica.
La riduzione delle discipline oggetto dell’Esame di Stato e la selezione centralizzata delle materie
affidate ai commissari – interni ed esterni – producono un effetto preciso: restringono in modo
significativo la platea dei docenti che possono accedere agli incarichi d’esame retribuiti.
A questo si aggiunge un elemento ancora più critico: la progressiva eliminazione o
marginalizzazione di alcune discipline nel triennio e, soprattutto, nell’ultimo anno di corso, come
nel caso della Geografia turistica e di Arte e territorio. Discipline che, non essendo più presenti
nelle classi terminali, vengono automaticamente escluse dall’Esame di Stato.
Si tratta di una esclusione strutturale, non episodica. E proprio per questo particolarmente
problematica.
Le conseguenze sono evidenti: da un lato si riduce il riconoscimento culturale e formativo di interi
ambiti disciplinari; dall’altro si determina una sistematica esclusione dei relativi docenti dalla
partecipazione agli esami, con la conseguente perdita di compensi accessori previsti per i
commissari.
Si crea così, nei fatti, un divario economico tra docenti appartenenti alla stessa categoria
contrattuale, non basato su criteri di merito, anzianità o carichi di lavoro, ma sulla collocazione – o
esclusione – della disciplina all’interno dell’ordinamento.
Questo meccanismo introduce implicitamente una gerarchia tra insegnamenti, distinguendo tra
discipline “centrali” e discipline “residuali”
, con effetti che vanno ben oltre il piano organizzativo:
incide sulla dignità professionale dei docenti e altera gli equilibri interni alle istituzioni scolastiche.
Dal punto di vista giuridico, la questione non è irrilevante.
L’articolo 3 della Costituzione sancisce il principio di uguaglianza, formale e sostanziale, tra i
cittadini, mentre l’articolo 36 garantisce a tutti i lavoratori una retribuzione proporzionata e
sufficiente. Il Contratto Collettivo Nazionale del Comparto Istruzione e Ricerca (CCNL) si fonda
inoltre su principi di equità, trasparenza e pari opportunità nell’accesso agli incarichi e ai compensi
accessori.
È legittimo, dunque, chiedersi se un sistema che produce in modo sistematico e reiterato disparità di
accesso a tali compensi, sulla base di scelte ordinamentali e non professionali, sia pienamente
coerente con questi principi.
A ciò si aggiunge la normativa che regola l’Esame di Stato (D.Lgs. 62/2017 e successive ordinanze
ministeriali), che dovrebbe garantire equilibrio, rappresentatività e trasparenza nella composizione
delle commissioni.
Tuttavia, la combinazione tra riduzione delle discipline e riorganizzazione dei
quadri orari rischia di svuotare questi principi nella loro applicazione concreta.
Non si tratta di mettere in discussione la necessità di riformare l’Esame di Stato. Si tratta, piuttosto,
di interrogarsi sulle conseguenze reali delle scelte adottate e sulla loro compatibilità con i principi di
equità che dovrebbero reggere il sistema pubblico di istruzione.

Ignorare questo aspetto significa accettare, di fatto, una progressiva normalizzazione di
disuguaglianze tra docenti
, sia sul piano economico che su quello professionale.
Per questo motivo, ritengo urgente aprire un confronto pubblico serio e informato su questi temi.


Marta Marras

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